22 dicembre 2006

Ragtime, razzismo e conflitti sociali tra jazz e swing

Ieri pomeriggio mi sono concesso un bel pomeriggio musical-e con i protagonisti del musical di domani: gli allievi della BSMT di Bologna, che hanno fatto tappa a Trieste con il loro Ragtime.
Ne avevo già sentito parlare molto bene, specialmente dall'Amico del Musical Gabriele Bonsignori (ehm ehm... conflitto di interesse... ^__^), ho fatto i salti mortali tra il pranzo natalizio coi colleghi e il Concertòn in teatro a Monfalcone, per riuscire ad esserci anch'io nella piccola Sala Bartoli del "Rossetti", spazio adattissimo per questa versione completamente acustica del musical.
Mea culpa, non mi piace andare a teatro completamente digiuno di quello che sentirò e vedrò, e questo era uno di quei musical in lista d'attesa - assieme a molti altri - per essere ascoltato, capito, assimilato per tempo; tempo che non basta mai, naturalmente. Ma almeno adesso ho un buon motivo per considerarlo maggiormente.

Che dire, se non bravi! Una quarantina di performer in scena capitanati dalla vulcanica Shawna Farrell, che ha allestito questo grande e convincente affresco corale, portando in scena temi non facili quali l'immigrazione, la povertà, il razzismo, le tante contraddizioni sociali della New York di un secolo fa.
Accompagnati solamente da un pianoforte, un contrabbasso e dalle percussioni, i ragazzi hanno sfoggiato notevoli capacità canore e recitative, dando il meglio negli emozionanti e numerosi momenti corali e spaziando con facilità dal jazz al blues, dallo swing al ragtime, in un caleidoscopio di stili musicali sapientemente mescolati dal compositore Stephan Flaherty.
Senza nulla togliere agli altri, un plauso particolare a Filippo Strocchi nella parte di Coalhouse e a Fabio Vagnarelli in quella del padre.

Bellissimi e molto curati i costumi ("bianco-borghese" per i bianchi - vedi foto -, colori accesi per i personaggi di colore, i colori della terra - nero, marrone, grigio - per gli immigrati), efficaci le ambientazioni ricreate con pochi e versatili elementi scenici, che gli stessi performer componevano e trasformavano in scena.
Il pubblico triestino ha risposto calorosamente (e con una recita aggiunta in corsa per la grande richiesta) a questo che tutto è meno che un semplice "saggio" scolastico; e da lodare all'infinito la coraggiosa scelta della BSMT di proporre un tipo di musical che altrimenti non avrebbe vita facile in Italia. Purtroppo non me lo sono goduto fino alla fine, ho dovuto scappare via (per i motivi di cui all'inizio), a metà del secondo atto - parentesi: però tre ore e passa di spettacolo non sono un po' troppo lunghe per uno spettacolo con fini "didattici"? -; ulteriore buon motivo per recuperare il cd e dedicarci l'attenzione che merita.

12 dicembre 2006

Rebecca, un sogno formato kolossal

Vienna, 9 dicembre 2006 - E finalmente venne il giorno di Rebecca. Ho atteso tanto questa serata, da quando me ne parlò Silvester Levay in persona (che onore!) in quel di Miramare, a Trieste, per la "prima" italiana di Elisabeth. Sarà un musical romantico, pieno di mistero e suspence... mi disse. Si dimenticò un dettaglio: oltre a tutto ciò, Rebecca è un musical GRANDIOSO.
Grande in tutto, a partire dalla "R" fiammante, su sfondo blu oltre mare, proiettata sul sipario del Raimund Theater di Vienna, tra rumori di onde che si infrangono sugli scogli e versi di gabbiani che volano.
Grande nelle scenografie: dopo lampadari che precipitano, elicotteri che atterrano, barricate che si ergono, velieri che affondano, streghe che volano, pensavo che le magie teatrali avessero ancora poco da offrire. Mi sbagliavo. In Rebecca si formano sotto gli occhi i lussuosi ambienti di un hotel a Montecarlo, il salone del castello di Manderley - con una spettacolare scalinata che unisce a vista piani diversi del palco, una baracca in riva all'oceano; e
le numerose e mai invadenti videoproiezioni rendono il musical molto "cinematografico", aggiungendo effetti spettacolari in più.
Grande nella storia: un sapiente intreccio di amore, morte e mistero dosato magistralmente da Daphne Du Maurier nel suo più famoso romanzo (oltre 15 milioni di copie vendute nel mondo dal 1938, anno della pubblicazione), un raffinato thriller psicologico ambientato tra Montecarlo e la Cornovaglia nel 1926 che ha ispirato a Hitchcock il film con Joan Fontaine e Laurence Olivier, al quale Michael Kunze (libretto) e Silvester Levay (musiche) si sono ispirati per il loro musical.
Grande nelle musiche. Levay non raggiunge l'insuperato Elisabeth, ma si inventa una partitura elegante, romantica e decadente, con un prologo (Ich hab getraumt von Manderley / Ho sognato Manderley) e un epilogo che si insinuano subito nella testa, e una serie di songs - tra le quali il main theme dello show, il travolgente Rebecca - che non ti lasciano più.
Grande negli interpreti: i Vereingniten Buhnen Wien hanno coinvolto un cast stellare. Wietske Van Tongeren - già vista come Elisabeth a Miramare - è la dolce, ingenua, sprovveduta "Ich". Come nel romanzo della Du Maurier, è lei l'innominata voce narrante dello show. Senza identità; del resto la protagonista invisibile è Rebecca, la bella, perfetta, inarrivabile prima moglie di Maxim De Winter, che sul palco ha il volto e la voce di Uwe Kroeger. Grande animale da palcoscenico, primadonna del musical tedesco e austriaco, in questo ruolo non si smentisce, calandosi perfettamente nell'angosciato e tormentato ruolo di vedovo con un ingombrante mistero da nascondere. Susan Rigvava-Dumas è la vera, grande, rivelazione dello show. La sua Mrs. Danvers, la governante di Manderley ossessionata dal culto di Rebecca, domina la scena dal primo momento in cui appare. Fredda, glaciale, immensa, con una voce da brivido. Carin Filipcic è l'ingombrante, divertente, dirompente Mrs. Van Hopper, la miliardaria americana alle cui dipendenze, come dama di compagnia, all'inizio dello show troviamo "Ich". E' suo uno degli showstopper del musical, I'm an american woman, in perfetto Broadway-style. Kerstin Ibald è Beatrice, la sorella di Maxim; soprano dolcissimo, con la sua vitalità saprà far trovare ad "Ich" la forza per reagire a Mrs. Danvers e al mistero attorno alla morte di Rebecca con l'altra hit dello spettacolo, Die staerke einer liebenden frau / La forza di una donna innamorata (The power of a woman in love nella versione internazionale di Gloria Gaynor). Norberto Bertassi è lo spaesato Ben, il pescatore ritardato che avrà il suo ruolo nello sbrogliarsi della matassa; Carsten Lepper è Jack Favell, l'irritante cugino-amante di Rebecca pronto al ricatto per guadagnarci qualcosa dalla morte della donna; André Bauer, infine, è il rassicurante Frank Crawley, il contabile di Manderley pronto a difendere Maxim dalle pesanti accuse nei suoi confronti.
La regia di Francesca Zambello ricorda l'opera lirica, con pochi movimenti corali ma studiati nei minimi dettagli - come in Die neue Mrs. De Winter / La nuova Mrs. De Winter, con tutta la servitù di Manderley ad aspettare il padrone con la nuova moglie, o in Der Ball von manderley / Il ballo a Manderley, la grande festa in costume a cui segue I'm an american woman; o in Strandgut / Incagliamento, quando la folla di paesani accorre sulla spiaggia per cercare di disincagliare un veliero, che porterà alla scoperta del relitto con all'interno il corpo di Rebecca - e una abbondanza di asolo e duetti, funzionali agli stupefacenti cambi di scena.
Quasi tre ore di spettacolo con la "S" maiuscola, un autentico piacere per gli occhi e per le orecchie.
E il fatto che fosse tutto in tedesco... bé, io mi ero adeguatamente preparato leggendo il romanzo - che consiglio a tutti i miei quattro lettori - e guardando il film, ma nell'elegante e dettagliato programma di sala c'è la sinossi dello show anche in inglese.
Purtroppo il cd con il cast originale raccoglie soltanto gli highlights dello spettacolo, mancando del tutto i divertenti battibecchi iniziali di Mrs. Van Hopper (ed almeno due sue canzoni), molti momenti parlati con la ripresa dei temi musicali a far da sottofondo e - soprattutto - la prima, folgorante esecuzione di Rebecca e il finale del primo atto, quando "Ich" prova il costume bianco nella sua camera, scende la scalinata con uno stupefacente effetto scenico e viene bloccata da Maxim sulle note del primo "reprise" di Rebecca. Confido che un cd completo (e perché no, anche un dvd, considerato che lo show è destinato comunque a chiudere prima del 2008) sia realizzato quanto prima.
Insomma, ammiro sempre di più questi austriaci. E spero prima o dopo di poterli rivedere, e risentire, anche in Italia.
Ed ora, godetevi gli 8 minuti di questo promo realizzato dalla ORF...

07 dicembre 2006

Sweet Charity

Sabato sera ho rivisto volentieri Sweet Charity, la produzione della Compagnia della Rancia che ha ripreso da Trieste, al "Rossetti", la sua tournee nazionale (tra l'altro molto breve, toccherà solamente Milano e Roma).
Dunque, che dire: uno spettacolo gradevole, dove si sorride spesso, con una coppia di protagonisti come Lorella Cuccarini e Cesare Bocci che sembrano tagliati apposta per il ruolo. Lei è appunto la "dolce Charity", entreneuse dall'innamoramento facile sempre a caccia dell'uomo sbagliato; lui è Oscar, imbranato assicuratore che dopo alcuni tentennamenti si rivelerà la metà giusta per la protagonista.
Le musiche di Cy Coleman si lasciano ascoltare, ma cadono presto nel dimenticatoio; e quello che dovrebbe essere lo "showstopper", il numero Big Spender - con tutte le ballerine del "Fandango", il locale notturno dove lavora Charity - in realtà non "showstoppizza" granché.
Ma la forza di questo spettacolo sta forse nell'insieme: interpreti simpatici, situazioni da teatro comico, un lieto fine forse un po' troppo stiracchiato ma che comunque c'è, e in atmosfera natalizia sta sempre bene; e alcune trovate sceniche (il balletto con le cuffie al club "Pompei", la moltiplicazione in video di Charity a casa di Vidal - un Gianni Nazzaro in gran spolvero -, tutta la divertente scena in ascensore) sono di bell'effetto. Del balletto a Central Park, sulle parole dell'incomprensibile Daddy - Ray Garcia, si poteva fare a meno; e forse dalle coreografie di Luca Tommassini ci si poteva aspettare qualcosina in più.
Comunque, fino al 10 dicembre i fan di Lorella Cuccarini, che rimane sempre una vera forza della natura, potranno ammirarla nel capoluogo giuliano in tutta la sua simpatia e bravura; e le signore potranno rifarsi gli occhi con il bello e simpatico Cesare Bocci. Il resto è scintillante, sfarzoso, gradevole contorno.

26 novembre 2006

Jesus visto da parte nostra...
Parla Raffaele Latagliata, Erode nel musical

Trieste, Politeama Rossetti, 18 novembre 2006 – Fabrizio Angelini non c’è. “E’ occupatissimo a Milano, ha un sacco di cose da fare”, mi dicono dietro le quinte. La già collaudata compagnia di Jesus Christ Superstar viaggia ormai da sola; e così scambio volentieri due parole con Raffaele Latagliata, ragazzone con un sorriso grande così che in scena padroneggia con morbida disinvoltura il personaggio di Erode, e che è anche responsabile artistico del tour.
Per cominciare: mi ricordi i nomi degli interpreti di oggi?
Oggi il ruolo di Jesus era interpretato da Gaetano Caruso, Judas da Emiliano Geppetti e Simone Zelota da Enrico D’Amore. Io invece faccio Erode. A parte i tre ruoli principali - Jesus, Judas e Maria Maddalena - gli altri 6 personaggi (Pilato, Erode, Hannas, Caifa, Pietro e Simone Zelota) allo stesso tempo fanno anche gli apostoli e gli altri ruoli dell’ensemble.
Ma da quanto tempo state lavorando a questo Jesus?
Le prove sono iniziate il 18 settembre al Teatro della Luna di Milano, abbiamo debuttato con la prima preview il 13 ottobre, mentre la prima ufficiale è stata il 18 ottobre. Questa di Trieste è la seconda piazza che tocchiamo, se escludiamo una replica ‘volante’ a Conegliano.
Proprio lo scorso anno con Fabrizio Angelini, a Trieste con il suo Nunsense, parlammo anche di Jesus Christ Superstar e di traduzioni in italiano; e sembrava quasi che Jesus fosse intoccabile, che dovesse rimanere sempre in inglese… Poi cos’è successo?
In realtà la Compagnia della Rancia, due anni fa, ne aveva acquistato i diritti, ma era rimasto una specie di sogno nel cassetto. Poi… un po’ era necessario farlo prima della scadenza dei diritti, e poi soprattutto Franco Travaglio e Michele Renzullo sono riusciti a tradurlo in un modo che ha solleticato la curiosità di Fabrizio Angelini, che l’ha ritenuta talmente valida da decidere di portarlo in scena in italiano.
Una sfida molto difficile, secondo me, considerando che è un musical cult, che ha alle spalle un film cult, che è legato alla contestualizzazione negli anni Settanta, che comunque è uno degli spettacoli maggiormente rappresentato dalle compagnie più piccole, anche amatoriali, e sempre in lingua originale, per cui c’è proprio una schiera di affezionati che continua a seguire quel tipo di suoni, di pronunce… Poi c’erano i dieci anni durante i quali Jesus Christ Superstar è stato proposto in inglese dalla compagnia di Massimo Romeo Piparo, quindi era una sfida molto difficile trasformarlo in uno spettacolo nell’ambito della tipologia della Rancia…
Per questo Fabrizio Angelini ha lavorato molto sulla storia: nel momento in cui è più facile, da spettatore, seguirne il plot, è chiaro che ha contestualizzato tutto nella successione degli eventi, puntando molto, per quanto riguarda il cast, su attori-cantanti. Quello che ha fatto su di noi è stato cercare di fare in modo che nella canzone non ci fosse solo il bel canto, o il canto rockettaro, ma che noi parlassimo e recitassimo attraverso la musica… E tutti gli aspetti che in genere erano ballati e molto macchiettistici, vedi per esempio il numero di Erode, o lo stesso “Superstar”, sempre fatti in stile “musical”, qui in realtà lo sono meno, sono molto più calati nella storia, nell’emozione degli eventi che si succedono.
Quello che spiazza, a prima vista, è soprattutto l’ambientazione: un po’ Lost, un po’ no global, un po’ multinazionale… come è nata questa idea?
Fabrizio ci ha spiegato molto chiaramente la sua idea di regia, ne siamo tutti pregni e consapevoli!... Il punto di partenza è stato quello di decontestualizzare Jesus Christ Superstar da questa ambientazione anni Settanta, molto hippie, ecc… Il punto di partenza è stato semplicemente: “Se oggi Gesù Cristo tornasse tra di noi, da chi andrebbe? Chi sono i poveri di adesso?” Così ha pensato di calarlo nell’ambito di questi emarginati, di questi clandestini, e da lì è partita la trasposizione in chiave moderna, creando come una sorta di Jesus parallelo rispetto a quella che è la storia di Gesù secondo i Vangeli e, naturalmente, secondo quella del musical. Con una critica feroce, in certi momenti, anche della società moderna: quelli che in quel tempo erano i detentori del potere, questa casta di preti e farisei, sono diventati i politici di oggi, gli uomini di potere; Erode è diventato colui che detiene il potere economico, del denaro… Pilato è il potere militare… Non a caso, invece del balletto, i politici si mettono a fare lo step in spiaggia! Come gli yuppies odierni si tengono in forma, vanno in palestra… e sulla spiaggia fanno lo step!... Prendi poi la figura dei giornalisti: se oggi venisse fuori una figura che riesca a diventare leader rispetto ad una massa, a trascinare i popoli come Gesù fece all’epoca, avrebbe sicuramente l’attenzione dei media; ecco che in una serie di momenti dello show abbiamo un richiamo molto diretto alla televisione, a quella che è l’informazione di oggi, al suo aspetto smaccatamente “gossip” e scandalistico.
Qual è stato l’atteggiamento dei tanti ragazzi che hanno sostenuto i provini verso questo inedito allestimento?
All’inizio c’era un po’ di scetticismo. In realtà il provino l’abbiamo fatto comunque in inglese, solo l’ultimissimo callback è stato fatto in italiano. Ed è stata una scelta molto accurata, con una fortissima selezione; e come hai visto oggi, anche quello che è il secondo cast, in realtà non è un “secondo” cast, ma un misto tra tutta una serie di performer che riescono a coprire tutti i ruoli. Questo naturalmente senza nulla togliere a Sibillano e Luttazzi, i titolari dei ruoli principali!
Diciamo che sono stati dei provini molto difficili, al di là dell’alto numero di persone che si è presentato e la complessità delle richieste, perché la partitura musicale è molto impegnativa e le audizioni si sono concentrate anche su improvvisazioni attoriali e su una corografia, richiedendo quindi precise competenze i tutti e tre i settori.
Quindi, anche se poi è uno spettacolo senza un vero e proprio balletto, ci sono dei movimenti coreografici che sono studiati e funzionali per gli attori-cantanti.
E poi il coraggio di non prendere un nome di richiamo nel cast… forse è la prima volta che la Rancia fa questa scelta, no?
Da dopo il primo “Chorus Line” – che tra l’altro è stato il trampolino di lancio per molti dei più apprezzati performer italiani di oggi – e rispetto all’ultima tendenza, è proprio così. E’ un giro di volta importante, anche perché la risposta del pubblico, come hai visto, è molto calorosa.
Ma soprattutto Jesus Christ Superstar è un musical nel quale c’è una storia importante dietro, c’è un risvolto drammatico e un’emozione molto forte… noi piangiamo tanto durante questo spettacolo! E poi c’è l’orchestra dal vivo, questa fantastica band che senza dubbio aiuta in tutti questi aspetti!

Piccoli” performer crescono… ma qual è il vostro sogno nel cassetto? Quali altri spettacoli ci aspettano?
Secondo me questo Jesus può essere il primo passo per l’arrivo in Italia anche di altri spettacoli su questa linea. Purtroppo da noi ancora oggi si considera il musical come quel tipo di spettacolo con il balletto, con una storia un po’ frivola, un po’ “easy”… in realtà è questo ma anche molto altro: e se questa è la risposta, si può sperare di portare titoli come il Fantasma dell’Opera, I Miserabili, Miss Saigon… Aprire, per il pubblico italiano, la concezione di musical come “opera musicale”, come “opera rock”, comunque come uno spettacolo tutto cantato, o quasi, e fortemente interpretato dai performer, fortemente emozionale anche nei suoi aspetti più drammatici. E secondo me questo Jesus è davvero una svolta: sia un punto di arrivo, ma soprattutto un nuovo punto di partenza!
E davvero, caro Raffaele, lo speriamo tutti!

23 novembre 2006

Anche in italiano Jesus Christ è... Superstar

Ed ecco la mia recensione di Jesus Christ Superstar, visto a Trieste sabato scorso, replica pomeridiana...

Un po' spiaggia di Lost, un po' periferia dimenticata, un po' multinazionale, un po' esercito, un po' alta società, un po' no global e un po' mass-media... c'è davvero di che specchiarsi e ritrovarsi, con le nostre contraddizioni, i limiti, le speranze di ogni giorno in questa nuova, emozionante, sinceramente imperdibile versione di Jesus Christ Superstar. Imperdibile per almeno tre ragioni: primo, non ci sono specchietti per le allodole nel cast. Non ci sono starlette televisive, ex veline-letterine, ex qualcosa che tutto fanno meno che le performer come si deve, e per l'Italia è già un successo. Secondo, è tutto in italiano. Ed è un adattamento che lascia sbalorditi per la musicalità e fedeltà al testo originale. Terzo, c'è la band dal vivo. Che, volente o nolente, fa la differenza, eccome se la fa.

Stava tutta qui la grande sfida lanciata e vinta dalla Compagnia della Rancia e da Fabrizio Angelini, che di musical se ne intendono e che hanno messo in piedi una produzione coi fiocchi, con un cast di giovani performer – praticamente sconosciuti, o quasi – che definire eccezionali è riduttivo.

Forse esagero, scrivo magari sull'onda dell'emozione, e sabato pomeriggio di momenti emozionanti ne ho vissuti parecchi; anche perché il mio caro “Rossetti” era stracolmo di ragazzini, studenti di scuole medie ed elementari, che hanno seguito senza fiatare tutto lo show e che alla fine si sono spellati le mani a forza di applaudire, e che si sono sgolati a furia di gridare al cast di tornare in scena per un bis che – ahimé – non è giunto! E se questi piccoli uomini si appassionassero al musical perché ne hanno visto uno così meraviglioso, non è una vittoria e una soddisfazione per tutti noi?

Certo, Jesus Christ Superstar ormai vive di vita propria, capolavoro insuperato di un'epoca che degli hippie, della contestazione, dei falsetti e degli assoli di chitarra rock aveva fatto una bandiera, ma che Fabrizio Angelini ha saputo rinnovare e adattare, col suo score eccezionale e la musica ormai entrata nella memoria collettiva, alla nostra realtà.

Lo show non ha tempi morti, se non qualche incertezza e lieve calo di ritmo in Va tutto bene (Everything's alright), nella scena dell'arresto e nella Canzone di Erode (King Herod's song), molto meno “show-stopper” di quello che ci si potrebbe aspettare; ma sono quisquilie, credo facilmente rimediabili nel prosieguo di questa tournee da tutto esaurito.

Le scene di Gabriele Moreschi, che si risolvono in questa lunga scalinata coperta da cumuli di sabbia e da un paio di colonne romane, in realtà offrono efficaci e inedite soluzioni specialmente quando entrano in scena i sacerdoti (in Jesus deve morire – This Jesus must die, e in Dannato / non vendo il suo sangue – Damned for all time / Blood Money), nella claustrofobica Il tempio (The temple) – con quella rete suburbana che improvvisamente divide la scena – e ne La morte di Giuda (Judas' death), risolta in maniera invero cruenta, in puro stile, passatemi il termine, CSI.

Ottimo il disegno luci di Luca Mameli e Alberto Diliberto, che seguono i protagonisti e ambientano ogni scena con la giusta atmosfera. Efficaci i costumi metropolitani di Pamela De Santi, che assegnano immediatamente ad ogni performer il proprio status e ruolo all'interno dello show.
Impeccabile la direzione musicale di Giovanni Monti, che riveste l'impervia partitura webberiana, alla guida di una scatenata ma precisissima band, delle giuste sonorità rock-sinfoniche, coadiuvato dall'equilibrato disegno fonico di Giuseppe Barresi; finalmente uno show dove si capiscono tutte le liriche, non essendo sovrastate da un'amplificazione musicale spesso sparata a livelli apocalittici.

Standing ovation per tutti i performer: sabato pomeriggio mi sono goduto i cosiddetti “sostituti” nel ruolo di Jesus (Gaetano Caruso invece di Simone Sibillano), Judas (Emiliano Geppetti al posto di Edoardo Luttazzi) e Simone (Enrico D'Amore invece di Emiliano Geppetti). Non saprei perciò paragonarli ai titolari, che interpretavano in ordine sparso gli altri apostoli, ma se questo è il livello, bé... non c'è che dire, solo complimenti.

Emozionante la voce di Maddalena (Valentina Gullace), profondamente cavernosa quella di Caifa (Andrea Croci), tagliente quella di Hannas (Marco Romano), dolente e rassegnata quella di Pilato (Lorenzo Scuda), sbruffona e insolente quella di Erode (Raffaele Latagliata), profonda e sicura quella di Pietro (Luca Notari).

Insomma, se questo è il futuro del musical italiano, possiamo starcene tranquilli. Andate a vedere questo Jesus Christ Superstar, emozionatevi e fatevi rapire da questi giovani che in scena danno il meglio di sé, se non molto di più: se lo meritano davvero.