E’ arduo scrivere qualcosa di originale su questo spettacolo. Che innanzittutto non è uno spettacolo: è un happening. E’ cabaret. E’ bravura. E’ eccellenza. E’ divertimento allo stato puro. E’ che ogni volta che si legge una recensione, una nota, un post su questi cinque (sei, dai: una delle protagoniste è al settimo mese di gravidanza, ed il bebé nascerà sul palco, a questo punto) eterni Peter Pan che si chiamano Oblivion, gli aggettivi superlativi si sprecano.
Vi dirò la verità: hanno ragione. Il modo migliore per vederli in azione è in teatro (io me li son gustati al Teatro Orazio Bobbio, a Trieste), non cercateli in tv anche se hanno dalla loro diverse apparizioni in ordine sparso; il piccolo schermo non rende loro giustizia, e le folle distratte dal telecomando, da millantamila canali digitali e da smartphone e tablet, non apprezzerebbero appieno la loro superlativa comicità fatta di talento, improvvisazione, capacità di capirsi al volo e tanta, tanta, tanta competenza. Che è poi quella che manca, il più delle volte, ai blasonati protagonisti di tanti spettacoli e talent show televisivi.
Lo spettacolo, dicevamo. The Human Jukebox racchiude già il senso di quello che si va a vivere: i cinque performer, nati e cresciuti sotto l’ala protettiva della BSMT di Bologna, che è tra le più quotate scuole di musical in Italia, in un’ora e mezza filata frullano, smontano, parodiano, improvvisano, uniscono decenni di musica italiana e internazionale in una serie di siparietti ognuno dei quali vale il biglietto. Già prima dello spettacolo vagano in platea, accolgono gli stralunati spettatori chiedendo loro di scrivere su alcuni biglietti i loro cantanti preferiti; biglietti che saranno estratti sul palco e che andranno a costituire l’ossatura assolutamente casuale di quello che dovranno cantare.
Difficile? Sì, ma considerata la loro sconfinata preparazione e l’apparente banalità delle scelte del pubblico (che non si discostano molto dai soliti noti Dalla, Morandi, Battisti, Mina e Queen; io ci ho provato inserendo Idina Menzel e Pia Douwes, ma non mi hanno estratto), ecco che lo spettacolo si fa direttamente sotto i nostri occhi. Ed è un autentico spasso, perché il pubblico è continuamente coinvolto in un continuo scambio di battute diverso di sera in sera.
Lascio a voi il gusto di scoprire il canovaccio della serata, una travolgente scaletta che spazia dal recentissimo medley sulle canzoni vincitrici del Festival di Sanremo, ad una esilarante parodia dei tre tenorini de Il Volo, alla X-Factoria Ia-Ia-O, ad uno spassoso FestivalZar con le (antiche) glorie canore nazionali emigrate nei Paesi Baltici, e tanto, tanto, tanto ancora.
Preparatevi, perché uscirete dallo show spossati e contenti.
Mi rendo conto di non aver nominato nessuno degli Oblivion. Ma mi sono sforzato di scrivere quello che gli altri non scrivono mai, e gli altri li nominano sempre. Perciò...
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22 febbraio 2016
17 gennaio 2016
Billy Elliot, emozioni senza fine
Sarà che da quando sono padre certe situazioni mi toccano nel profondo, ma quando Billy estrae la lettera che sua madre gli aveva scritto per quando fosse diciottenne, la dà alla maestra di danza affinché la leggesse, e compare in scena lo spirito della madre morta a cantare e leggere con loro... bè, come si fa a non commuoversi e a trattenere le lacrime?
Ed ero pure in buona compagnia, visto che buona parte della platea singhiozzava e si asciugava gli occhi.
Stiamo parlando ovviamente di Billy Elliot, uno dei musical più amati al mondo, che in questi giorni ha fatto tappa al Politeama Rossetti di Trieste con il tour italiano dell’allestimento adattato e diretto da Massimo Romeo Piparo. Uno dei successi della scorsa e attuale stagione, dal debutto al Sistina nel maggio 2015, che ha consacrato il giovane Alessandro Frola (figlio d’arte, proviene da una famiglia di etoile e ballerini) piccola star nel ruolo del protagonista.
Nella recita vista ieri pomeriggio i ruoli principali erano tenuti dai sostituti: Christian Roberto (Billy), Arcangelo Ciulla (Michael, l’amico di Billy che gioca con le Barbie e ama vestirsi con abiti femminili), Elisabetta Tulli nel panni dell’insegnante di danza Mrs. Wilkinson, Sabrina Marciano in quelli della madre defunta.
Nonostante l’allestimento sia diverso dall’originale inglese, e le coreografie del giovane Billy ridotte (la famosa e iconica sequenza con le sedie rotanti e Billy volante, quando il protagonista è affiancato da sé stesso adulto sulle note del Lago dei Cigni, è sostituita da altri espedienti scenici, efficaci in egual misura), il musical funziona: emoziona, diverte, commuove dall’inizio alla fine. Gli si perdona qualche caduta di stile e qualche ammiccamento di troppo alla platea, ma le scene corali e di massa sono gestite bene, e Piparo riesce a rendere con maestria l’atmosfera di una periferia degradata alle prese con lo sciopero dei minatori in epoca thatcheriana, di una società allo sbando, di un quadro familiare violento che non capisce subito le vere aspirazioni di un dodicenne mandato a lezioni di boxe con l’amico effeminato perché così si diventa veri uomini.
Luca Biagini tratteggia un padre tormentato, mentre a Cristina Noci è affidato il ruolo di una spassosissima e finta tonta Nonna; Elisabetta Tulli è una convincente Mrs. Wilkinson, l’insegnante di danza che saprà riconoscere il talento del giovane Billy, mentre Jacopo Pelliccia interpreta bene lo spaesato e goffo insegnante di boxe. Maurizio Semeraro, nonostante la stazza, stupisce tutti con la grazia e i passi di danza nel suo ruolo del pianista Mr. Braithwaite. Donato Altomare è Tony, l’idealista fratello di Billy, e tanti applausi se li merita, come dicevamo, il giovane Arcangelo Ciulla nei panni di Michael, scontata l'ovazione per Christian Roberto.
Le stelle sulla volta del Rossetti che si accendono nei momenti giusti, fanno il resto. Una storia solida, musiche di Elton John che si lasciano ascoltare e toccano picchi di emozione assoluta, scenografie efficaci, audio ben bilanciato (non c’è l’orchestra dal vivo, sarebbe stato un punto in più, sicuramente): sono tanti i motivi per non farsi scappare questo show, anche senza sedie rotanti e Billy volanti. Se per vedere i grandi titoli del musical internazionale in Italia dobbiamo accontentarci di versioni non-replica... se sono fatte bene così, ben vengano.
Le stelle sulla volta del Rossetti che si accendono nei momenti giusti, fanno il resto. Una storia solida, musiche di Elton John che si lasciano ascoltare e toccano picchi di emozione assoluta, scenografie efficaci, audio ben bilanciato (non c’è l’orchestra dal vivo, sarebbe stato un punto in più, sicuramente): sono tanti i motivi per non farsi scappare questo show, anche senza sedie rotanti e Billy volanti. Se per vedere i grandi titoli del musical internazionale in Italia dobbiamo accontentarci di versioni non-replica... se sono fatte bene così, ben vengano.
06 febbraio 2015
Un posto a tavola? Per tutti!
Trieste, Politeama Rossetti, 5 febbraio 2015 - A volte li clonano. I Johnny Dorelli. Va bene che la partitura era stata pensata e scritta dal maestro Trovajoli proprio per lo showman che poi l'avrebbe interpretata per centinaia di repliche; ma sentire cantare Gabriele De Guglielmo, il giovane performer che interpreta Don Silvestro, a cui si deve - con il regista Fabrizio Angelini - l'idea di portare in scena questo nuovo allestimento di Aggiungi un Posto a Tavola, sembra quasi di trovarsi di fronte ad un giovane Dorelli.
E vengono subito in mente i grandi spettacoli del sabato sera degli anni Settanta, ad una televisione ancora in bianco e nero, ma anche per questo fatta con cura, amore, intelligenza, rispetto per il pubblico, e idee. Soprattutto idee. Perché il colore non si vedeva, bisognava immaginarlo e saperlo rendere anche con le sfumature di grigio. Qui ci sono le mille sfumature del legno, perché si parla di Aggiungi un Posto a Tavola, di una commedia musicale che parla di arche da costruire, di diluvi universali imminenti, dei tormenti e delle ipocrisie del clero, ma anche di amore, brava gente, buoni sentimenti. E c'è una brava e giovane compagnia, la Compagnia dell'Alba di Ortona, che con tenacia e convinzione è riuscita, tre anni fa, a farsi concedere i diritti per questa produzione di una delle commedie musicali di Garinei & Giovannini più famose, amate e rappresentate nel mondo.
Bisognava farla esattamente così come andava fatta: come l'originale, più piccola nelle scene - ispirate a quelle storiche di Coltellacci - per poterla portare anche nei teatri di provincia. Magari rinfrescare le coreografie, perché "Aggiungi è come Cats: hanno provato a cambiare la danza, ma non è più la stessa cosa", come mi raccontava dietro le quinte Simona Patitucci, travolgente Consolazione di questa edizione in tour. "La gente che affolla gli spettacoli ogni sera, in fondo vuole proprio questo. Vuole quello spettacolo. Perché cambiare?"
Stanco, ma soddisfattissimo, anche Fabrizio Angelini. "Dedichiamo queste recite a Pietro Garinei, nato proprio a Trieste, e che avrebbe compiuto gli anni proprio il 1° febbraio", racconta alla platea alla fine della prima, applauditissima, triestina. E poi, dietro le quinte: "E' una gran fatica. Portiamo in giro per l'Italia 30 persone. Ma credimi, è una grande, grande soddisfazione. E se ci vengono riconfermati i diritti, molto probabilmente proseguiremo anche il prossimo anno; abbiamo dato, investito e creduto talmente tanto nel primo anno di tour, che questo secondo è più facile e ragionato. E i risultati si vedono"
Angelini si ritaglia la macchiettistica parte del Sindaco Crispino, Carolina Ciampoli è una dolce e convincente Clementina, la giovane figlia del sindaco innamorata di Don Silvestro, mentre Gaetano Cespa è un ingenuo, ma determinato, Toto.
Tutti all'altezza, nel canto come nelle coreografie, gli altri protagonisti. E lo spettacolo, complice anche il cielo stellato del Rossetti che ancora una volta si fa scenografia aggiunta nella scena della notte degli amori... fila via con grazia, divertimento, poesia.
Il folto pubblico, con tantissimi giovani studenti tra le fila, apprezza e ride alle battute semplici e magari un po' naif, come vuole il copione. Ma l'arrivo in scena della colomba (la voce di Dio è del bravo Tommaso Di Giorgio) coglie ancora di sorpresa chi non conosce il finale di questa bella e godibilissima commedia ormai intramontabile, in scena a Trieste fino a domenica 8 febbraio. Da non perdere: info e biglietti ancora disponibili.
E vengono subito in mente i grandi spettacoli del sabato sera degli anni Settanta, ad una televisione ancora in bianco e nero, ma anche per questo fatta con cura, amore, intelligenza, rispetto per il pubblico, e idee. Soprattutto idee. Perché il colore non si vedeva, bisognava immaginarlo e saperlo rendere anche con le sfumature di grigio. Qui ci sono le mille sfumature del legno, perché si parla di Aggiungi un Posto a Tavola, di una commedia musicale che parla di arche da costruire, di diluvi universali imminenti, dei tormenti e delle ipocrisie del clero, ma anche di amore, brava gente, buoni sentimenti. E c'è una brava e giovane compagnia, la Compagnia dell'Alba di Ortona, che con tenacia e convinzione è riuscita, tre anni fa, a farsi concedere i diritti per questa produzione di una delle commedie musicali di Garinei & Giovannini più famose, amate e rappresentate nel mondo.
Bisognava farla esattamente così come andava fatta: come l'originale, più piccola nelle scene - ispirate a quelle storiche di Coltellacci - per poterla portare anche nei teatri di provincia. Magari rinfrescare le coreografie, perché "Aggiungi è come Cats: hanno provato a cambiare la danza, ma non è più la stessa cosa", come mi raccontava dietro le quinte Simona Patitucci, travolgente Consolazione di questa edizione in tour. "La gente che affolla gli spettacoli ogni sera, in fondo vuole proprio questo. Vuole quello spettacolo. Perché cambiare?"
Stanco, ma soddisfattissimo, anche Fabrizio Angelini. "Dedichiamo queste recite a Pietro Garinei, nato proprio a Trieste, e che avrebbe compiuto gli anni proprio il 1° febbraio", racconta alla platea alla fine della prima, applauditissima, triestina. E poi, dietro le quinte: "E' una gran fatica. Portiamo in giro per l'Italia 30 persone. Ma credimi, è una grande, grande soddisfazione. E se ci vengono riconfermati i diritti, molto probabilmente proseguiremo anche il prossimo anno; abbiamo dato, investito e creduto talmente tanto nel primo anno di tour, che questo secondo è più facile e ragionato. E i risultati si vedono"
Angelini si ritaglia la macchiettistica parte del Sindaco Crispino, Carolina Ciampoli è una dolce e convincente Clementina, la giovane figlia del sindaco innamorata di Don Silvestro, mentre Gaetano Cespa è un ingenuo, ma determinato, Toto.
Tutti all'altezza, nel canto come nelle coreografie, gli altri protagonisti. E lo spettacolo, complice anche il cielo stellato del Rossetti che ancora una volta si fa scenografia aggiunta nella scena della notte degli amori... fila via con grazia, divertimento, poesia.
Il folto pubblico, con tantissimi giovani studenti tra le fila, apprezza e ride alle battute semplici e magari un po' naif, come vuole il copione. Ma l'arrivo in scena della colomba (la voce di Dio è del bravo Tommaso Di Giorgio) coglie ancora di sorpresa chi non conosce il finale di questa bella e godibilissima commedia ormai intramontabile, in scena a Trieste fino a domenica 8 febbraio. Da non perdere: info e biglietti ancora disponibili.
05 gennaio 2015
Gli Addams, secondo me
Trieste, Politeama Rossetti, 3 gennaio 2015 - Premessa per i puristi e gli espertoni. Non conosco nulla del musical sulla famiglia Addams che ha debuttato a Broadway nel 2009, perciò sono andato a vedere la versione italiana con la mente sgombra, non aspettandomi nulla in particolare. E sapete cos'è successo? Mi sono divertito, e pure tanto.Nei mesi scorsi, dopo la premiere milanese, avevo letto pareri contraddittori, a volte molto duri, sull'esito di questo show nel suo adattamento nostrano. Non c'erano vie di mezzo: trionfo o stroncatura; e invece, la verità, secondo me, sta proprio a metà. A fine serata mi sono chiesto se senza Elio e Geppi Cucciari, che ovviamente interpretano Gomez e Morticia Addams, il musical avrebbe potuto avere la stessa risonanza mediatica e lo stesso seguito che ha avuto fin qui (le cifre ufficiali parlano di 50.000 spettatori a Milano, e del resto alla prima al Rossetti il teatro era quasi esaurito), e sinceramente penso di no. Tuttavia Giorgio Gallione, il regista, ha visto giusto: a sentire i commenti e le aspettative del folto pubblico in attesa di entrare in sala, tanti erano lì proprio per vedere i loro beniamini musical-televisivi alla prova del palcoscenico.
Anticonformisti e spiazzanti nei loro rispettivi ruoli per cui sono conosciuti sulle scene e in tv, Elio e Geppi Cucciari tratteggiano a loro modo i loro alias teatrali, pur offrendone una lettura distante anni luce dagli Addams che conosciamo e ricordiamo dalla storica serie in bianco e nero o dai cartoni creati da Charles Addams nei lontani anni Trenta.
L'algida classe di Morticia si stempera nelle prorompenti e fasciate forme di Geppi, ma non la sua tagliente ironia (anche se qualche battuta greve la Morticia storica non l'avrebbe certo fatta); e la stralunata verve istrionica e spagnoleggiante di Gomez sono declinate secondo il sense of humour e il tocco nonsense di Elio. La coppia funziona, attorniata da un cast di prim'ordine capitanato dalla professionalità, dalla voce e dalla presenza scenica di Pierpaolo Lopatriello, nei panni di zio Fester. Sorta di guida e voce narrante della storia, Lopatriello rompe spesso la "quarta parete" rivolgendosi direttamente al pubblico e offrendo uno dei momenti più lirici e toccanti dello show, quando canta alla "sua" luna di cui è perdutamente innamorato.
L'altra bella sorpresa dello show è la giovane Giulia Odetto nei panni di Mercoledì: bella voce, ben impostata, e padronanza del personaggio assai schizofrenico che deve interpretare (le avremo portato fortuna intervistandola come "duemillesima" amica del musical per la nostra webzine?). La stessa cosa si può dire dell'enorme e baritonale Filippo Musenga nei panni di Lurch: il frankesteiniano maggiordomo di casa Addams non poteva essere migliore. Sergio Mancinelli interpreta un'inedita Nonna Addams con sgraziata ed esilarante mascolinità. Ben assortito anche il team della famiglia Beineke, contraltare "normale" degli Addams alle prese con le loro stranezze e diavolerie, con i bravi Andrea Spina (papà Mal), Clara Maselli (mamma Alice) e Paolo Avanzini, il giovane Lucas per il quale Mercoledì perde la testa e porta lo scompiglio in famiglia annunciando di volerlo sposare. Il giovanissimo Emanuele Ghizzinardi sembra a suo agio nei panni scomodi del tormentato piccolo masochista Pugsley.
Il resto del cast, dicevamo, è parimenti all'altezza negli eccentrici e originali costumi di Antonio Marras; le scene di Guido Fiorato sembrano ispirate ai quadri di Dührer, e le luci di Marco Filibeck suggeriscono le atmosfere gotiche giuste, amplificate da nebbie, fumi e fondali che richiamano le macchie d'inchiostro di Rorschach.Le musiche di Andrew Lippa sono godibili, in alcuni momenti richiamano alla mente qualche quadro da Sweeney Todd, ma nulla di eccezionale e memorabile; l'adattamento in italiano di Stefano Benni funziona - almeno per chi, come me, non conosce il testo inglese - perseguendo la via della battuta facile e a volte greve.
Le coreografie di Giovanni Di Cicco richiamano alla memoria le movenze zombesche dell'incipit di Elisabeth, specie nel primo quadro quando la famiglia e tutti i loro antenati si presentano al pubblico.
Il celebre schiocco di dita che per anni ha accompagnato la celeberrima melodia degli Addams, si sente solo nei primissimi secondi dell'ouverture, e poi nel finale, tanto per inquadrare lo show; e Mano e il peloso cugino Itt rimangono a margine. Qualche lungaggine nei cambi scena non fa perdere troppo il ritmo al musical, che rimane godibile e fa divertire per due ore e mezza.
Al Politeama Rossetti fino all'11 gennaio, se potete, andateci.
26 marzo 2014
Cats... the memory returns!
Trieste, 22 marzo 2014. - Forse era scritto nelle stelle, quelle che brillano sulla volta del Rossetti di Trieste: non potevo saltare questo appuntamento con il ritorno di Cats in Italia. Tanto più che avevo tre motivi in più per rivederlo: uno, la presenza di Filippo Strocchi - unico italiano nel cast internazionale - nella parte ruffiana e cucita addosso a lui di Rum Tum Tugger.
Due, a interpretare Grizabella c'era Joanna Ampil: chi è appassionato di musical sa che "mostro sacro" sia Joanna Ampil.
Tre, volevo che le mie bimbe Beatrice e Sofia, 6 e 3 anni rispettivamente, rimanessero incantate - come me a suo tempo - di fronte a questa pietra miliare del musical moderno. Il giorno della prima triestina - di questo piccolo tour che ha toccato solamente il capoluogo giuliano (dopo lo strabordante successo del 2008) e Milano al Teatro Arcimboldi - ero però in trasferta di lavoro al Winter Garden Hotel di Bergamo.
Primo segnale: il Winter Garden è il teatro di Broadway dove Cats fece il suo debutto americano nel lontanissimo 1982. Per tutta una serie di motivi che non sto a spiegare, avevo dovuto rinunciare ai quattro biglietti già prenotati per la replica di sabato pomeriggio. Ma evidentemente il destino la pensava diversamente: una telefonata di una cara amica mi spinse a riconsiderare la cosa, e vedere uno spiraglio, almeno per me e Beatrice. Due biglietti in quarta fila spuntarono fuori, più per fortuna che per giudizio. A quel punto mia moglie sbottò: e cosa, solo tu e Beatrice? Ed io e Sofia?!? Passai un brutto quarto d'ora il sabato mattina: ma il caso volle (secondo segnale) che proprio il 22 marzo fosse il compleanno di Andrew Lloyd Webber, l'autore delle musiche di Cats. A volte le coincidenze non capitano a caso. E così, altri due biglietti in platea, lateralissimi e in fondo, ma veramente gli ultimissimi disponibili, erano lì per noi.
Che dire: risultato raggiunto appieno. Vuoi la magia della grande sala del teatro, con le stelle e le nuvole sul soffitto, vuoi la scenografia che straborda dal palco per invadere la platea, vuoi la grande luna piena sullo sfondo... Beatrice e Sofia son rimaste a bocca aperta. E appena le luci si sono abbassate, e i micioni hanno cominciato a sbucare da ogni dove, passando proprio accanto a Beatrice... patatràc! L'incanto è iniziato.
Nonostante i suoi 33 anni di vita, Cats rimane un musical assolutamente moderno, e ancora innovativo e strabiliante agli occhi di chi non l'ha mai visto e anche di chi l'ha già visto una, due, cinque, dieci volte. Nonostante le coreografie gattesche, nonostante i costumi attilati che fanno sempre molto anni Ottanta, nonostante l'enorme discarica, immobile e immutabile. Eppure, il fascino e la magia che la musica, i testi, la regia, le movenze feline e le continue invasioni dei gattoni in platea e i loro ammiccamenti al pubblico (i bambini in autentico visibilio, ovunque) sanno creare ad ogni recita, è innegabile.
Pur con un allestimento leggermente modificato rispetto all'originale (manca il trapezio dove qualche gatto volteggia, e anche la scalinata finale che scende dal cielo è sostituita da una meno affascinante navicella volante travestita da nuvoletta), e orchestrazioni riviste in chiave metal-sintetica (eh sì, la differenza si sente), Cats ormai è un grande classico che ad ogni visione regala spunti inediti e nuovi dettagli da scoprire e riscoprire.
Certo, il grande punto di forza di questo show son proprio i performer, che instancabili ballano, saltano, sgambettano, fanno le fusa e mille acrobazie che il palco sembra davvero troppo stretto per contenerli tutti.
Audio impeccabile. Disegno luci da urlo. Sarà stata la commozione per vedere mia figlia accanto così eccitata e coinvolta, saranno state le musiche, sarà stato quello che volete, ma buona parte del primo atto l'ho passata con gli occhi lucidi, e magari qualche sbavatura l'ho persa. Ma sarebbe come cercare un ago in un pagliaio.
Tra i momenti che amo di più, oltre l'ouverture, certamente il brano del buongustaio Bustopher Jones, le moine e ammiccamenti di Rum Tum Tugger, l'arrivo di Old Deuteronomy, la ripresa mistica-corale di Memory all'inizio del secondo atto, il gatto teatrante Gus col suo splendido duetto The ballad of Billy McCaw, la locomotiva che i gatti compongono per Skimbleshanks, il magico soffio sulla mano col quale Mr. Mistoffelees spegne gradatamente tutte le luci e le lucine del teatro (effetto che si perde dalle prime file in platea!), e, naturalmente, Memory. Un brano al quale sono particolarmente legato, perché l'ho sempre amato fin da quando non avevo la più pallida idea che fosse la canzone più bella di tutte in un musical che ho imparato ad apprezzare col tempo.
L'immagine che serberò tra tutte, però, è il momento in cui Munkustrup è sceso in platea e tra tutti i bambini, ha individuato proprio Beatrice: le si è avvicinato sempre guardandola negli occhi, con quel fare felino che ti sembra proprio di avere un gatto davanti, Beatrice si è alzata, i due hanno avvicinato le teste... e hanno fatto "naso-naso"!
Per un attimo si è persino dimenticata di essersi innamorata di Filippo Strocchi - Rum Tum Tugger...
*** SPOILER *** Menzione speciale alle liriche italiane di Franco Travaglio, che a sorpresa irrompono alla ripresa del secondo atto, e ti fanno pensare: ma guarda te, questo show avrebbe ancora un potenziale enorme, nell'allestimento originale e l'adattamento in italiano. Vincessi quei 50 milioni di euro al Superenalotto, lo produrrei io. *** / SPOILER ***
Due, a interpretare Grizabella c'era Joanna Ampil: chi è appassionato di musical sa che "mostro sacro" sia Joanna Ampil.
Tre, volevo che le mie bimbe Beatrice e Sofia, 6 e 3 anni rispettivamente, rimanessero incantate - come me a suo tempo - di fronte a questa pietra miliare del musical moderno. Il giorno della prima triestina - di questo piccolo tour che ha toccato solamente il capoluogo giuliano (dopo lo strabordante successo del 2008) e Milano al Teatro Arcimboldi - ero però in trasferta di lavoro al Winter Garden Hotel di Bergamo.
Primo segnale: il Winter Garden è il teatro di Broadway dove Cats fece il suo debutto americano nel lontanissimo 1982. Per tutta una serie di motivi che non sto a spiegare, avevo dovuto rinunciare ai quattro biglietti già prenotati per la replica di sabato pomeriggio. Ma evidentemente il destino la pensava diversamente: una telefonata di una cara amica mi spinse a riconsiderare la cosa, e vedere uno spiraglio, almeno per me e Beatrice. Due biglietti in quarta fila spuntarono fuori, più per fortuna che per giudizio. A quel punto mia moglie sbottò: e cosa, solo tu e Beatrice? Ed io e Sofia?!? Passai un brutto quarto d'ora il sabato mattina: ma il caso volle (secondo segnale) che proprio il 22 marzo fosse il compleanno di Andrew Lloyd Webber, l'autore delle musiche di Cats. A volte le coincidenze non capitano a caso. E così, altri due biglietti in platea, lateralissimi e in fondo, ma veramente gli ultimissimi disponibili, erano lì per noi.
Che dire: risultato raggiunto appieno. Vuoi la magia della grande sala del teatro, con le stelle e le nuvole sul soffitto, vuoi la scenografia che straborda dal palco per invadere la platea, vuoi la grande luna piena sullo sfondo... Beatrice e Sofia son rimaste a bocca aperta. E appena le luci si sono abbassate, e i micioni hanno cominciato a sbucare da ogni dove, passando proprio accanto a Beatrice... patatràc! L'incanto è iniziato.
Nonostante i suoi 33 anni di vita, Cats rimane un musical assolutamente moderno, e ancora innovativo e strabiliante agli occhi di chi non l'ha mai visto e anche di chi l'ha già visto una, due, cinque, dieci volte. Nonostante le coreografie gattesche, nonostante i costumi attilati che fanno sempre molto anni Ottanta, nonostante l'enorme discarica, immobile e immutabile. Eppure, il fascino e la magia che la musica, i testi, la regia, le movenze feline e le continue invasioni dei gattoni in platea e i loro ammiccamenti al pubblico (i bambini in autentico visibilio, ovunque) sanno creare ad ogni recita, è innegabile.
Pur con un allestimento leggermente modificato rispetto all'originale (manca il trapezio dove qualche gatto volteggia, e anche la scalinata finale che scende dal cielo è sostituita da una meno affascinante navicella volante travestita da nuvoletta), e orchestrazioni riviste in chiave metal-sintetica (eh sì, la differenza si sente), Cats ormai è un grande classico che ad ogni visione regala spunti inediti e nuovi dettagli da scoprire e riscoprire.
Certo, il grande punto di forza di questo show son proprio i performer, che instancabili ballano, saltano, sgambettano, fanno le fusa e mille acrobazie che il palco sembra davvero troppo stretto per contenerli tutti.
Audio impeccabile. Disegno luci da urlo. Sarà stata la commozione per vedere mia figlia accanto così eccitata e coinvolta, saranno state le musiche, sarà stato quello che volete, ma buona parte del primo atto l'ho passata con gli occhi lucidi, e magari qualche sbavatura l'ho persa. Ma sarebbe come cercare un ago in un pagliaio.
Tra i momenti che amo di più, oltre l'ouverture, certamente il brano del buongustaio Bustopher Jones, le moine e ammiccamenti di Rum Tum Tugger, l'arrivo di Old Deuteronomy, la ripresa mistica-corale di Memory all'inizio del secondo atto, il gatto teatrante Gus col suo splendido duetto The ballad of Billy McCaw, la locomotiva che i gatti compongono per Skimbleshanks, il magico soffio sulla mano col quale Mr. Mistoffelees spegne gradatamente tutte le luci e le lucine del teatro (effetto che si perde dalle prime file in platea!), e, naturalmente, Memory. Un brano al quale sono particolarmente legato, perché l'ho sempre amato fin da quando non avevo la più pallida idea che fosse la canzone più bella di tutte in un musical che ho imparato ad apprezzare col tempo.
L'immagine che serberò tra tutte, però, è il momento in cui Munkustrup è sceso in platea e tra tutti i bambini, ha individuato proprio Beatrice: le si è avvicinato sempre guardandola negli occhi, con quel fare felino che ti sembra proprio di avere un gatto davanti, Beatrice si è alzata, i due hanno avvicinato le teste... e hanno fatto "naso-naso"!
Per un attimo si è persino dimenticata di essersi innamorata di Filippo Strocchi - Rum Tum Tugger...
*** SPOILER *** Menzione speciale alle liriche italiane di Franco Travaglio, che a sorpresa irrompono alla ripresa del secondo atto, e ti fanno pensare: ma guarda te, questo show avrebbe ancora un potenziale enorme, nell'allestimento originale e l'adattamento in italiano. Vincessi quei 50 milioni di euro al Superenalotto, lo produrrei io. *** / SPOILER ***
27 aprile 2012
Elisabeth, la vita è tua
Elisabeth è tornata, e vorremmo che non se ne andasse mai. Quando Annemieke Van Dam, emozionatissima, intona le prime parole di Ich gehoer nur mir, il brano più famoso dello spettacolo, in italiano (La vita è mia), tutto il teatro trattiene il fiato: l'emozione è palpabile, i tormenti, la bramosia, la voglia di vivere di Elisabeth prendono corpo e voce sul palco triestino come non mai. Solo due strofe, poi la ripresa è in tedesco, ma basta per fermare lo show per un paio di minuti, tanti e straripanti sono gli applausi del numerosissimo pubblico accorso alla prima nazionale di questo musical dei record. Lucheni aspetta compiaciuto e divertito i cenni del direttore d'orchestra, - che per due volte alza e riabbassa la bacchetta, sopraffatto dall'entusiasmo degli spettatori - prima di continuare.
Sta tutta qui la potenza di Elisabeth, di questo show nato vent'anni fa nella capitale austriaca per celebrare in modo non convenzionale la vita dell'imperatrice e moglie di Francesco Giuseppe: un punto di vista inedito, quello dell'anarchico Lucheni, appunto, che ne racconta l'ascesa e gli scontri quotidiani con la vita di corte, con la suocera Sofia, con il protocollo, con tutto ciò che imprigionava la sua incontenibile voglia di libertà, di infinito, di sapere. E con questo suo personale rapporto con la Morte, qui nei panni di un bellissimo uomo, un po' principe delle tenebre, un po' angelo consolatore, che con freddo distacco l'attenderà fino al fatale appuntamento sul lago a Ginevra.
Elisabeth è uno di quei musical che non ti stanchi mai di vedere e riascoltare. Anche se l'allestimento visto ieri sera al Politeama Rossetti è quello pensato per il tour tedesco del ventennale, quindi senza le vertiginose pedane inclinabili e rotanti del Theater An der Wien (la "casa" originale dello show a Vienna), la magia della sapiente miscela musicale tra pop, classico e rock sgorgata dalla penna di Silvester Levay riesce ogni volta ad affascinare e stupire con i suoi leit motiv che si rincorrono da una scena all'altra, suggerendo emozioni, stati d'animo e regalando al pubblico travolgenti show-stopper (uno per tutti il potente Milch: secondo me dura anche troppo poco).
La scenografia, aiutata da grandi videoproiezioni, sottolinea con efficacia ambienti e situazioni; su tutto incombe sempre la grande lama di coltello che sale e scende, passerella di contatto tra mondo dei vivi e mondo dei morti; e se a Vienna ad un certo punto scendeva sul palco un'enorme scacchiera o una rutilante giostra-vetrina con le prostitute del bordello di Frau Wolf, in questo allestimento non si rinuncia comunque ai tavolini da caffè rotanti e alla spassosa scena con i cortigiani a cavallo comandati da Sofia.
I performer, dicevamo. Lo confesso, nelle orecchie e negli occhi le due Elisabeth storiche Maya Hakvoort e Pia Douwes, partivo molto prevenuto nei riguardi di Annemieke Van Dam, nonostante i suoi ormai cinque anni nei panni della principessa. Mi sono ricreduto: dall'esuberanza e freschezza giovanile, alla presa di coscienza del suo destino imprigionato, alla decadenza anche fisica, Annemieke si è impadronita del difficilissimo personaggio e lo ha fatto suo, donandole voce e potenza espressiva considerevoli (ma la regalità di Maya era tutt'altra cosa, va detto).
Mark Seibert, con la sua cascata di riccioli d'oro e di muscoli, fa subito colpo sul pubblico femminile in sala (uno per tutte, il commento della mia attempata vicina di posto: "Bravo e bel. Proprio bravo e bel."); ma nei panni di Der Tod ci si poteva aspettare qualcosa in più; lontano dal carisma magnetico di Thomas Borchert (visto nelle repliche al Castello di Miramare nel 2004) e dall'irrefrenabile inquietudine virile di un Maté Kamaras, Seibert si limita ad un'algida compostezza.
Come al solito, il Franz Joseph di Christian Muller non si discosta molto dal cliché di imperatore-burattino nelle mani della madre e di una burocrazia opprimente, mentre Oliver Arno è davvero convincente nei panni di Rudolf adulto. Kurosch Abbasi, ottimo Lucheni, sempre in bilico tra ironia e follia, tiene le fila dello show tra un'imprecazione e l'altra, chissà perché pronunciate benissimo in italiano. Rudolf bambino, invece, con un'azzeccata trovata del Rossetti, è interpretato a ruota da cinque bambini triestini reclutati con un vero casting locale: ieri era il turno di Gabriele Pacini, ed una delle tante emozioni della serata è stata anche il brano Mamma mi senti?, nella bella traduzione di Franco Travaglio (curatore assieme a Valeria Rosso dei sopratitoli in italiano, entrambi presenti alla serata), che Rudolf canta in duetto con Der Tod.
Musical impegnativo, intriso di decadenza e morte, distante anni luce dall'immagine stereotipata della Sissi cinematografica che tutti conosciamo, forse più vicino a un grandioso melodramma romantico, perfetto nei fastosi costumi imperiali e nel tratteggiare un impero morente.
Elisabeth rimane a Trieste fino al 6 maggio. Dal 5 settembre tornerà, dopo otto anni, a Vienna, al Raimund Theater.
info: www.ilrossetti.it
Leggi l'anteprima di Elisabeth sulla webzine di Amici del Musical!
Sta tutta qui la potenza di Elisabeth, di questo show nato vent'anni fa nella capitale austriaca per celebrare in modo non convenzionale la vita dell'imperatrice e moglie di Francesco Giuseppe: un punto di vista inedito, quello dell'anarchico Lucheni, appunto, che ne racconta l'ascesa e gli scontri quotidiani con la vita di corte, con la suocera Sofia, con il protocollo, con tutto ciò che imprigionava la sua incontenibile voglia di libertà, di infinito, di sapere. E con questo suo personale rapporto con la Morte, qui nei panni di un bellissimo uomo, un po' principe delle tenebre, un po' angelo consolatore, che con freddo distacco l'attenderà fino al fatale appuntamento sul lago a Ginevra.
Elisabeth è uno di quei musical che non ti stanchi mai di vedere e riascoltare. Anche se l'allestimento visto ieri sera al Politeama Rossetti è quello pensato per il tour tedesco del ventennale, quindi senza le vertiginose pedane inclinabili e rotanti del Theater An der Wien (la "casa" originale dello show a Vienna), la magia della sapiente miscela musicale tra pop, classico e rock sgorgata dalla penna di Silvester Levay riesce ogni volta ad affascinare e stupire con i suoi leit motiv che si rincorrono da una scena all'altra, suggerendo emozioni, stati d'animo e regalando al pubblico travolgenti show-stopper (uno per tutti il potente Milch: secondo me dura anche troppo poco).
La scenografia, aiutata da grandi videoproiezioni, sottolinea con efficacia ambienti e situazioni; su tutto incombe sempre la grande lama di coltello che sale e scende, passerella di contatto tra mondo dei vivi e mondo dei morti; e se a Vienna ad un certo punto scendeva sul palco un'enorme scacchiera o una rutilante giostra-vetrina con le prostitute del bordello di Frau Wolf, in questo allestimento non si rinuncia comunque ai tavolini da caffè rotanti e alla spassosa scena con i cortigiani a cavallo comandati da Sofia.
I performer, dicevamo. Lo confesso, nelle orecchie e negli occhi le due Elisabeth storiche Maya Hakvoort e Pia Douwes, partivo molto prevenuto nei riguardi di Annemieke Van Dam, nonostante i suoi ormai cinque anni nei panni della principessa. Mi sono ricreduto: dall'esuberanza e freschezza giovanile, alla presa di coscienza del suo destino imprigionato, alla decadenza anche fisica, Annemieke si è impadronita del difficilissimo personaggio e lo ha fatto suo, donandole voce e potenza espressiva considerevoli (ma la regalità di Maya era tutt'altra cosa, va detto).
Mark Seibert, con la sua cascata di riccioli d'oro e di muscoli, fa subito colpo sul pubblico femminile in sala (uno per tutte, il commento della mia attempata vicina di posto: "Bravo e bel. Proprio bravo e bel."); ma nei panni di Der Tod ci si poteva aspettare qualcosa in più; lontano dal carisma magnetico di Thomas Borchert (visto nelle repliche al Castello di Miramare nel 2004) e dall'irrefrenabile inquietudine virile di un Maté Kamaras, Seibert si limita ad un'algida compostezza.
Come al solito, il Franz Joseph di Christian Muller non si discosta molto dal cliché di imperatore-burattino nelle mani della madre e di una burocrazia opprimente, mentre Oliver Arno è davvero convincente nei panni di Rudolf adulto. Kurosch Abbasi, ottimo Lucheni, sempre in bilico tra ironia e follia, tiene le fila dello show tra un'imprecazione e l'altra, chissà perché pronunciate benissimo in italiano. Rudolf bambino, invece, con un'azzeccata trovata del Rossetti, è interpretato a ruota da cinque bambini triestini reclutati con un vero casting locale: ieri era il turno di Gabriele Pacini, ed una delle tante emozioni della serata è stata anche il brano Mamma mi senti?, nella bella traduzione di Franco Travaglio (curatore assieme a Valeria Rosso dei sopratitoli in italiano, entrambi presenti alla serata), che Rudolf canta in duetto con Der Tod.
Musical impegnativo, intriso di decadenza e morte, distante anni luce dall'immagine stereotipata della Sissi cinematografica che tutti conosciamo, forse più vicino a un grandioso melodramma romantico, perfetto nei fastosi costumi imperiali e nel tratteggiare un impero morente.
Elisabeth rimane a Trieste fino al 6 maggio. Dal 5 settembre tornerà, dopo otto anni, a Vienna, al Raimund Theater.
info: www.ilrossetti.it
Leggi l'anteprima di Elisabeth sulla webzine di Amici del Musical!
31 ottobre 2011
Amici del Musical, la webzine!
C'è una nuova nata in Amici del Musical: la webzine! Un incrocio tra fanzine e rivista vera e propria: della prima riprende la radice amatoriale, della seconda le fattezze di una vera rivista. Il vantaggio (e lo svantaggio, insieme)? Si legge esclusivamente online, oppure si scarica e si stampa a casa. Abbiamo preparato il numero zero, che ne dite?
23 ottobre 2011
Trieste, il musical... starTS da qui!
22 ottobre 2011 - Trieste ha scelto la sua Elisabeth: è Stefania Seculin, che con la sua interpretazione di Io sono mia, la bella versione italiana del classico Ich gehoer nur mir dal musical austriaco, ha letteralmente stregato il pubblico del Politeama Rossetti, accorso numerosissimo a tutte le repliche di Musical StarTS. Lo spettacolo, ideato, coccolato e cresciuto con le forze del teatro triestino, accudito dalla direzione artistica di Riccardo Berdini e Davide Calabrese, ha infatti aperto nel migliore dei modi la stagione musical nel capoluogo giuliano.
In Friuli Venezia Giulia, e a Trieste in particolare, c'è un'intera generazione di giovani talenti che hanno intrapreso la carriera difficile di performer: alcuni sono già affermati anche a livello internazionale (pensiamo a Daniela Pobega, da pochi giorni protagonista ne El Rey Leon a Madrid), tanti a livello nazionale, tutti comunque apprezzatissimi in ogni produzione alla quale hanno partecipato. Metterli tutti insieme sul palco, diretti da Fabrizio Angelini (quest'anno coadiuvato-sostituito da Daniela Gorella e Alberta Izzo), è stata un'idea di Stefano Curti, vulcanico direttore organizzativo dello Stabile.
L'esito è tra i più felici, dicevamo. Oltre due ore di grande professionalità, divertimento, emozione con brani che hanno fatto la storia del genere e altri che mai sono stati rappresentati in Italia - anche se attualmente autentiche hit a Broadway e Londra - ed altri, novità di questa edizione, tratti dai lavori originali che sono stati messi in scena, e che lo saranno, al Rossetti, come Una luce nel buio dello stesso Berdini e Nel bosco delle fate: un sogno di Marco Steffè, musicista nella band dal vivo dello show.
Ma andiamo con ordine, anche se render conto di uno spettacolo che ha in scaletta qualcosa come 33 brani, 14 performer e un esercito di quasi 30 bambini - gli scatenati e precisi Piccoli Musical StarTS - sarà alquanto difficile. Partiamo da Elisabeth, che ha dominato il secondo atto con un lungo e articolato medley di quello che sarà il titolo di punta della primavera 2012: la versione completa del capolavoro di Kunze & Levay che con 13 tir al seguito si annuncia come l'allestimento più colossale mai accolto nel teatro triestino. I Musical StarTS hanno offerto una scelta dei brani più significativi dello spettacolo, tradotti e adattati in italiano da Franco Travaglio (ma in primavera il musical sarà proposto in tedesco con sopratitoli), sui quali ha brillato - ma è una mia personale opinione - l'interpretazione della Seculin che citavo all'inizio. L'esigente ruolo della Morte è stato interpretato dall'"oriundo" della serata Marco Trespioli in alternanza a Gianluca Sticotti, che ha poi duettato con Berdini in S'allungano le ombre (Die Schatten Werden Langer).
A differenza della prima edizione, da segnalare il ritorno in grande stile di Mattia Lanteri (voce davvero notevole e gran presenza scenica), la ricomparsa teatrale di Dennis Fantina (ve lo ricordate, no? Il primo vincitore di Saranno Famosi di Maria de Filippi) che ha regalato una inedita versione soul di Unchained Melody da Ghost e la travolgente interpretazione en travesti di Andrea Binetti (amatissimo interprete d'operetta) nel numero tratto da La Cage Aux Folles, show che con la regia di Massimo Piparo arriverà al Rossetti in stagione: dire che è venuto giù il teatro è poco.
Il programma è aperto da Rocky Horror Show, con la corale Time Warp e tutti gli artisti in scena: un colpo d'occhio davvero di grande effetto (brave Alberta Izzo a dirigere le coreografie e Stefania Seculin a istruire i piccoli coristi!); seguono alcune chicche quali You're nothing without me da City of Angels con due istrionici Giorgio Borghes e Mattia Lanteri, il grande classico The Music of the Night dal Phantom con Andrea Binetti (invero con una pronuncia debole e un'impostazione troppo lirica) e la cristallina Eleonora Lana, uno sbruffonesco Berdini in Sunset Boulevard, un coloratissimo medley da Joseph con Dennis Fantina e i bambini, una torrenziale Somebody to love con Beatrice Berdini, una struggente Cristina d'Amore in Song of purple summer da Spring Awekening.
Il secondo atto è un crescendo: si apre con la corale Tu rubi e ritorni quaggiù (You've got to pick a pocket or two) da Oliver, di nuovo con Lanteri e i bimbi, la già citata Elisabeth (della quale dobbiamo citare anche la sentita interpretazione di Tania Polla e Marco Trespioli in Ballo se mi va - Wenn Ich Tanzen Will), e poi due irresistibili Andrea Binetti ed Elisa Colummi in La canzon che fa così (The Song that Goes Like This da Spamalot), ancora la Polla con Defying Gravity e poi una chicca assoluta: la versione in italiano, di Davide Calabrese, della spassosissima I believe da The Book of Mormon, una delle grandi sorprese di Broadway di quest'anno, una satira acuta e intelligente del mondo dei mormoni resa splendidamente da Riccardo Berdini.
Il resto è storia, avendola già proposta nelle passate edizioni: 21 Guns (American Idiot), Run Freedom Run (Urinetown), Seasons of Love (Rent), One Day More (Les Miserables) e gran chiusura con Don't Stop Believin' (Rock of Ages).
Oltre alla grande professionalità di tutti i performer (la maggior parte di formazione BSMT), ovviamente gran merito del successo della serata va alla strepitosa band capitanata da Fabio Valdemarin, che in scena dall'inizio alla fine ha accompagnato i brani con grande maestria e senza mai sovrastare le voci, e alla funzionale scenografia: solo due scalinate laterali, una lunga pedana sospesa a collegarle, e un grande schermo come fondale che con indovinate proiezioni digitali contestualizzava ogni brano.
L'appuntamento è ora con Christmas StarTS, uno show tutto dedicato al Natale come nella tradizione dei grandi spettacoli al Radio City Music Hall di New York, a Vienna e nelle grandi capitali di tutto il mondo: in scena il 1° e 2 gennaio 2012 per augurare buone feste in puro stile musical.
In Friuli Venezia Giulia, e a Trieste in particolare, c'è un'intera generazione di giovani talenti che hanno intrapreso la carriera difficile di performer: alcuni sono già affermati anche a livello internazionale (pensiamo a Daniela Pobega, da pochi giorni protagonista ne El Rey Leon a Madrid), tanti a livello nazionale, tutti comunque apprezzatissimi in ogni produzione alla quale hanno partecipato. Metterli tutti insieme sul palco, diretti da Fabrizio Angelini (quest'anno coadiuvato-sostituito da Daniela Gorella e Alberta Izzo), è stata un'idea di Stefano Curti, vulcanico direttore organizzativo dello Stabile.
L'esito è tra i più felici, dicevamo. Oltre due ore di grande professionalità, divertimento, emozione con brani che hanno fatto la storia del genere e altri che mai sono stati rappresentati in Italia - anche se attualmente autentiche hit a Broadway e Londra - ed altri, novità di questa edizione, tratti dai lavori originali che sono stati messi in scena, e che lo saranno, al Rossetti, come Una luce nel buio dello stesso Berdini e Nel bosco delle fate: un sogno di Marco Steffè, musicista nella band dal vivo dello show.
Ma andiamo con ordine, anche se render conto di uno spettacolo che ha in scaletta qualcosa come 33 brani, 14 performer e un esercito di quasi 30 bambini - gli scatenati e precisi Piccoli Musical StarTS - sarà alquanto difficile. Partiamo da Elisabeth, che ha dominato il secondo atto con un lungo e articolato medley di quello che sarà il titolo di punta della primavera 2012: la versione completa del capolavoro di Kunze & Levay che con 13 tir al seguito si annuncia come l'allestimento più colossale mai accolto nel teatro triestino. I Musical StarTS hanno offerto una scelta dei brani più significativi dello spettacolo, tradotti e adattati in italiano da Franco Travaglio (ma in primavera il musical sarà proposto in tedesco con sopratitoli), sui quali ha brillato - ma è una mia personale opinione - l'interpretazione della Seculin che citavo all'inizio. L'esigente ruolo della Morte è stato interpretato dall'"oriundo" della serata Marco Trespioli in alternanza a Gianluca Sticotti, che ha poi duettato con Berdini in S'allungano le ombre (Die Schatten Werden Langer).
A differenza della prima edizione, da segnalare il ritorno in grande stile di Mattia Lanteri (voce davvero notevole e gran presenza scenica), la ricomparsa teatrale di Dennis Fantina (ve lo ricordate, no? Il primo vincitore di Saranno Famosi di Maria de Filippi) che ha regalato una inedita versione soul di Unchained Melody da Ghost e la travolgente interpretazione en travesti di Andrea Binetti (amatissimo interprete d'operetta) nel numero tratto da La Cage Aux Folles, show che con la regia di Massimo Piparo arriverà al Rossetti in stagione: dire che è venuto giù il teatro è poco.
Il programma è aperto da Rocky Horror Show, con la corale Time Warp e tutti gli artisti in scena: un colpo d'occhio davvero di grande effetto (brave Alberta Izzo a dirigere le coreografie e Stefania Seculin a istruire i piccoli coristi!); seguono alcune chicche quali You're nothing without me da City of Angels con due istrionici Giorgio Borghes e Mattia Lanteri, il grande classico The Music of the Night dal Phantom con Andrea Binetti (invero con una pronuncia debole e un'impostazione troppo lirica) e la cristallina Eleonora Lana, uno sbruffonesco Berdini in Sunset Boulevard, un coloratissimo medley da Joseph con Dennis Fantina e i bambini, una torrenziale Somebody to love con Beatrice Berdini, una struggente Cristina d'Amore in Song of purple summer da Spring Awekening.
Il secondo atto è un crescendo: si apre con la corale Tu rubi e ritorni quaggiù (You've got to pick a pocket or two) da Oliver, di nuovo con Lanteri e i bimbi, la già citata Elisabeth (della quale dobbiamo citare anche la sentita interpretazione di Tania Polla e Marco Trespioli in Ballo se mi va - Wenn Ich Tanzen Will), e poi due irresistibili Andrea Binetti ed Elisa Colummi in La canzon che fa così (The Song that Goes Like This da Spamalot), ancora la Polla con Defying Gravity e poi una chicca assoluta: la versione in italiano, di Davide Calabrese, della spassosissima I believe da The Book of Mormon, una delle grandi sorprese di Broadway di quest'anno, una satira acuta e intelligente del mondo dei mormoni resa splendidamente da Riccardo Berdini.
Il resto è storia, avendola già proposta nelle passate edizioni: 21 Guns (American Idiot), Run Freedom Run (Urinetown), Seasons of Love (Rent), One Day More (Les Miserables) e gran chiusura con Don't Stop Believin' (Rock of Ages).
Oltre alla grande professionalità di tutti i performer (la maggior parte di formazione BSMT), ovviamente gran merito del successo della serata va alla strepitosa band capitanata da Fabio Valdemarin, che in scena dall'inizio alla fine ha accompagnato i brani con grande maestria e senza mai sovrastare le voci, e alla funzionale scenografia: solo due scalinate laterali, una lunga pedana sospesa a collegarle, e un grande schermo come fondale che con indovinate proiezioni digitali contestualizzava ogni brano.
L'appuntamento è ora con Christmas StarTS, uno show tutto dedicato al Natale come nella tradizione dei grandi spettacoli al Radio City Music Hall di New York, a Vienna e nelle grandi capitali di tutto il mondo: in scena il 1° e 2 gennaio 2012 per augurare buone feste in puro stile musical.
18 aprile 2011
CHESSpettacolo!!!
E invece, sono stato travolto, e sono ancora senza fiato. In Italia non s'è visto ancora nulla del genere, benché il regista e coreografo Craig Horwood non sia nuovo a questo tipo di operazioni, già sperimentate con successo nei musical Sunset Boulevard e Martine Guerre: in Chess i performer non si "limitano" a cantare, recitare e ballare, come succede in ogni musical, ma suonano gli strumenti in scena, e gli strumenti stessi diventano via via oggetti scenici. All'inizio si rimane davvero spaesati, sembra quasi un trucco; ma bastano pochi minuti e tutto diventa incredibilmente naturale.
La trama, dicevamo. Tutto ruota attorno alle ambizioni di un uomo e di una donna: il campione russo di scacchi Anatoly Sergievsky (un potente e convincente Daniel Koek), che per i sogni di gloria sceglie di restare in Occidente; e la sua amante Florence Vassy (una dolcissima e determinata Shona White), già compagna del campione americano Freddie Trumper (un eccezionale James Fox: qualcuno si è divertito a cronometrare l'acuto in Pity the Child, uno dei brani di punta del musical. 26 secondi. Sì, ma da sdraiato). Il triangolo amoroso si complica, sullo sfondo di cospirazioni internazionali, servizi segreti, ex mogli (la brava Poppy Tierney nella parte di Svetlana: la sua apparizione nel secondo atto, per cantare Someone Else's Story, ha un che di mistico), padri creduti morti ma forse no, di strapotere delle tv, di illusioni e corruzione; e alla fine, come in ogni partita a scacchi, e come viene spiegato nel brano di apertura, ogni mossa è figlia della precedente e determinerà la seguente, e ogni partita è diversa, e comunque ci sarà un vincitore e un perdente.
Dal punto di vista musicale, Chess è una raffinata partitura pop-rock, intrisa di tutti gli stilemi degli Anni Ottanta, ma riletta con gran classe nell'orchestrazione di Sarah Travis; del resto violini, violoncelli, flauti, clarinetti e trombe abbondano tra i performer-musicisti. Un'opera che merita più di un ascolto per essere apprezzata, perché Biorn Ulvaeus e Benny Anderson - i maschi degli ABBA, per intenderci - non hanno lesinato in riprese, duetti e quartetti intricati, oltre ad aver composto alcune delle pagine più belle della storia del musical moderno.
Le scene di Christopher Woods intrappolano tutto su una grande scacchiera luminosa, che invade anche le quinte, e sulla quale, come pedine, si muovono i protagonisti e l'ensemble, vestito come i pezzi degli scacchi con sfarzo e un tocco di kitsch. E finezza nella finezza, un grande schermo sullo sfondo rimanda in diretta quello che succede in scena ripreso da piccole telecamere piazzate sulle trombe.
La vera forza di questo show, però, sta soprattutto in altro: le liriche di Tim Rice, giustamente insignito quest'anno del Premio Internazionale dell'Operetta nel corso di una cerimonia-intervista che si è tenuta nel tardo pomeriggio; e il paroliere di JCS, Evita, Il Re Leone, Joseph, era presente in sala a godersi lo show, per la gioia di decine di fans entusiasti.
Chess è arrivato al Rossetti in esclusiva nazionale - in lingua originale, con i sottotitoli in italiano (fondamentali per apprezzare i testi e l'intreccio!) - unica tappa del tour inglese nella vecchia Europa e prima dell'unica tappa oltreoceano, a Toronto in autunno.
Qui sotto il video promozionale dello spettacolo: CHESSpettacolo!
05 gennaio 2011
Tutte le emozioni di Musical StarTS!
Non ci sono aggettivi a sufficienza per descrivere l'incredibile serata che abbiamo vissuto il 3 gennaio al Politeama Rossetti di Trieste, con Musical StarTS: e non si poteva cominciare nel migliore dei modi il 2011, in compagnia di questi 15 performer triestini e friulani che con energia, passione e tanto, tanto talento hanno offerto alla città una prova entusiasmante del loro lavoro.
Capifila dello spettacolo, e grandi mattatori della serata con i loro intermezzi che "cucivano" e introducevano i vari numeri dello show, Davide Calabrese e Riccardo Berdini; i loro duetti verbali, un po' in dialetto, un po' in italiano, sono stati dei piccoli capolavori di autoironia tutta triestina. Non da meno gli altri comprimari, che in rigoroso ordine alfabetico è giusto citare tutti: Beatrice Berdini, Giorgio Borghes, Paola Camber, Andrea Centi, Elisa Colummi, Cristina d'Amore, Daniel Favento, Eleonora Lana, Daniela Pobega, Tania Polla, Stefania Seculin, Gianluca Sticotti e Fabio Vagnarelli, quest'ultimo - originario di Gubbio - a sostituire Mattia Lanteri (che con affetto salutiamo).
Guidati dalla mano sapiente di Fabrizio Angelini, che in meno di 24 ore ha rimesso in piedi uno spettacolo già andato in scena quattro mesi fa e con gran parte dei protagonisti impegnati a Roma, Milano e in ogni dove in altre produzioni, i Musical StarTS hanno dato il meglio di sé, e lo spettacolo ha funzionato alla grande.
Shawna Farrell - la direttrice della Bernstein School of Musical Theatre di Bologna, presente quasi a sorpresa alla serata e seduta nella fila davanti alla mia, ammirava estasiata i "suoi" ragazzi cresciuti a pane e musical al Rossetti ed accuditi e formati alla BSMT, mentre uno dopo l'altro affrontavano con sicurezza, dispensando emozioni a piene mani, le più belle pagine da grandi e piccoli musical, da titoli arcinoti a pezzi per intenditori.
Sicuramente i brani corali sono quelli in cui il cast ha espresso al massimo la propria potenza e versatilità, dal numero iniziale "The New World" (da Songs for a New World - J. Robert Brown), passando per un medley da Oklahoma!, a "Somebody to Love" da We Will Rock You tutto al femminile, da "Song of Purple Summer" da Spring Awakening, all'emozionante "Seasons of Love" da Rent che ha chiuso il primo atto, con la voce di Daniela Pobega un palmo sopra le altre; e poi i precisi e sorprendenti "piccoli" - già rodati dalla partecipazione all'allestimento di Evita dello scorso giugno - che assieme a Davide Calabrese hanno dato vita ad un quadro da Oliver! che ha aperto la seconda parte, proseguita con un medley da Chess (che ricordo sarà al Rossetti ad aprile!) e il suo brividoso "Anthem", e poi un travolgente "Run Freedom Run" da Urinetown, un commovente "21 Guns" da American Idiot e un potente ed emozionante "One Day More" che ha chiuso in un tripudio di applausi la serata ufficiale.
Fondamentale il contributo della musica dal vivo con una band di quattro elementi, capitanati da Fabio Valdemarin (pianoforte e tastiere) e con Marco Steffé (chitarre), Francesco Cainero (basso) e Marco Vattovani (batteria e percussioni). Ed altrettanto di grande impatto visivo il grande schermo che fungeva da scenografia, a proiettare immagini evocative e i loghi dei vari musical via via oggetto della scaletta.
Tra i pezzi da solista, o in coppia, o in trio, o in quartetto, c'è stato solo che l'imbarazzo della scelta in quanto a bravura e brividi. Ma a questo punto, citiamoli tutti. "The Music of the Night", in versione duetto Vagnarelli-Lana; la simpatica "You're nothing without me" da City of Angels per Borghes-Favento; "La Bella e la Bestia", nella versione italiana, col trio Polla-Sticotti-Colummi, attualmente impegnato proprio nell'allestimento della Stage a Roma; "Castle on a Cloude" con la piccola Matilde Marino e poi "I dreamed a dream" per la Colummi; un'eccezionale Stefania Seculin nell'interpretazione di "Send in the Clowns"; "Mamma Mia!" per la Camber; una sentita interpretazione di "Sunset Boulevard" per Berdini; del medley da Chess ne ho già parlato, ma vi ha spiccato "I know him so well" per Polla-Seculin e "Nobody's Side" per Pobega; un travolgente e impagabile Davide Calabrese con la sua versione italiana di "Betrayed" da The Producers; si è volato altissimo con "Defying Gravity" per Beatrice Berdini ed Eleonora Lana; una toccante "The Letter" da Billy Elliot con un altro enfant prodige, il piccolo Francesco Felician in coppia con Stefania Seculin; e poi lo spassoso medley da Spamalot, altro titolo internazionale che arriverà al Rossetti in primavera, e che ha offerto tre divertenti duetti per Calabrese-Favento ("Always look at the Bright Side of Life), Calabrese-Colummi (la versione italiana di "The Song that Goes Like This"), e Calabrese-Pobega ("Find Your Grail").
Inatteso bis con i bambini in "When Children Rule the World" da Whistle Down the Wind e la travolgente "Don't Stop Believing" da Rock of Ages, che è anche la sigla del serial-musical-cult "Glee".
Insomma, una serata-evento che ha bissato, e migliorato di gran lunga, la già eccezionale prova di settembre, e che tutti si augurano possa ripetersi.
"Non è stato facile, ma quando c'è dell'ottimo terreno fertile su cui lavorare, i risultati si vedono", mi ha detto Fabrizio Angelini, raggiante, dietro le quinte, mentre Davide Calabrese coccolava la Rosa d'Argento assegnata a tutta la compagnia dall'Associazione Commercianti al Dettaglio di Trieste, promotore della serata.
Su youtube e facebook cominciano a circolare i primi video amatoriali dell'eccezionale serata. Cercateli, merita davvero.
29 aprile 2010
La Bella e la Bestia
Milano, Teatro Nazionale, 20 aprile 2010 - Non è una questione di marketing, o di improvvisa mancanza di capacità di giudizio: La Bella e la Bestia, ancora in scena al Nazionale di Milano fino al 30 maggio, a più di 6 mesi dal debutto, è proprio un gran bello spettacolo.Certo, il marketing conta, soprattutto in una produzione come questa che doveva lanciare la scommessa del "stiamo in cartellone finché c'è pubblico", come si fa a Londra, Broadway, Vienna, Amburgo e tutte le grandi capitali - e non - che hanno capito che a investire in un grande musical ci guadagnano tutti: turismo prima di tutto, e quindi trasporti, bar, ristoranti, senza contare l'indotto stesso creato dallo spettacolo: sartorie, laboratori teatrali, maschere, e quant'altro faccia funzionare una macchina così complessa come un grosso show; e naturalmente la crescita dello spettatore - e la cattura di nuovi - che forse è l'impresa più difficile, da coltivare ed educare allo spettacolo fatto come si deve.
La scommessa è stata vinta: con oltre 230.000 biglietti venduti, la Bella e la Bestia staziona ai piani alti degli spettacoli più visti della stagione; e considerando che è uno spettacolo stabile, è un gran bel risultato, che ha già spronato la Stage Entertainment Italia a lavorare sul prossimo autunno e mettere in piedi la versione italiana di Mamma mia! a Milano - al posto della Bella, che si sposterà al Brancaccio di Roma - e il tour di Flashdance, un'altra novità per il nostro paese.
Ma veniamo allo spettacolo, visto in gran tranquillità in un anonimo martedì sera, in una platea riempita appena per un terzo (d'altronde sei mesi son sei mesi!), ma che ha fatto sentire più e più volte un acceso e convinto entusiasmo.
Anche se l'allestimento è ridotto rispetto all'originale di Broadway e Londra, la cura e l'attenzione maniacale per ogni dettaglio si notano tutti, dai costumi sfarzosi ai microfoni invisibili, dalla fonica bilanciatissima alle coreografie precise, dai fluidi e silenziosi cambi di scena alla regia puntuale.
Il nuovo adattamento in italiano migliora di gran lunga, senza farlo rimpiangere, quello del film Disney da cui tutto è nato; e Franco Travaglio dimostra ancora una volta, con questo lavoro, che bastano poche parole, scelte con estrema cura, per ricreare la magia del testo originale.
I costumi sono autentici capolavori di estro e fantasia: ogni costumista in futuro dovrà fare i conti con questo show che porta in scena orologi, candelabri, teiere e tazzine (adorabile il bambino che interpreta Chicco!), piumini e armadi parlanti, rendendoli terribilmente credibili.
I protagonisti: martedì sera c'era di scena la sostituta di Arianna - titolare del ruolo di Belle: Gaia Bellunato, voce e portamento inquietantemente uguali. Sembrava un clone: il che non saprei dire se è un bene o meno. Ma il risultato funzionava, eccome, e questo in fondo è ciò che conta.
Michel Altieri si conferma come una Bestia scostante, rabbiosa, permalosa, ma capace di grandi slanci di umanità e tenerezza; e soprattutto di una voce tonante e sicura come poche se ne sentono. Ho saputo in seguito che quella sera era giù di voce. Io non me ne sono minimamente accorto.
Manuela Zanier è una dolcissima e materna Mrs. Bric; a lei il compito delicato di cantare la hit dello spettacolo, durante il ballo che ha fatto sognare milioni e milioni di bambini (e non solo loro, in verità).
Andrea Croci è la grande rivelazione del musical: muscoli e peli ben in vista, dà vita, voce e corpo al Gaston più narcisista e maschilista che ci possa essere; e i pugni – accompagnati dal tipico suono da cartone animato – che sferra al povero (ed acrobatico) Roberto Giuffrida (Letont), sono accompagnati ogni volta da risatine di consenso.
Emiliano Geppetti (Lumiere) e Simone Leonardi (Din Don, nel cartoon Disney conosciuto come Mr. Tokins), sono una coppia comica esplosiva, sempre in bilico tra la buffoneria e l'amara consapevolezza di trasformarsi inesorabilmente in oggetti d'arredo.
Tania Polla interpreta con garbo, ironia e malinconico divismo Madame de la Gran Bouche, la cantante lirica che rimane suo malgrado intrappolata in un corpo da armadio. Tutto il resto del cast (nel quale abbiamo individuato anche Christian Ruiz, ora panettiere, ora villano, ora oste), si muove con precisione millimetrica.
Non si può dire che bene dell’orchestra diretta da Simone Manfredini. Romantica, tonante all’occorrenza, ma mai sovrastante le voci.
Parliamo di difetti? Pochi, ma ce ne sono. Il più evidente, però, è davvero clamoroso: se nel cartoon la rivelazione della Bestia avveniva per cenni, per poi palesarsi in quella bellissima inquadratura nelle segrete del castello – quando la Bestia si sposta sotto un fascio di luce, che ne illumina il viso -, nel musical teatrale viene spiattellata fin dall’overture; ed anche il primo ingresso nel castello avviene a luce piena, e risulta un po’ fuori luogo la frase di Belle “venite sotto la luce”, quando di luce ce n’è già in abbondanza.
Anche la trasformazione finale, sotto la coperta, rimane un po’ deludente, lontana anni luce dalle illusioni create da David Copperfield per Broadway.
Sono due cose che disturbano magari l’occhio più smaliziato, ma il pubblico sembra non accorgersene, e decreta, come già detto, un’ovazione interminabile, e meritatissima, allo show.
18 aprile 2010
West Side Story, un'emozione lunga 50 anni
Brividi e commozione, e non poteva essere altrimenti. L'unica tappa italiana del tour internazionale di West Side Story, che ha debuttato tra gli applausi entusiasti dell'esauritissimo Politeama Rossetti di Trieste lo scorso 15 aprile (ci resterà per 10 giorni e 14 repliche, fino al 25 aprile), ha lasciato un segno indelebile nel pubblico, letteralmente rapito da una storia che da più di 50 anni incanta le platee di tutto il mondo.Del resto, il team creativo che nel 1957 diede vita a questa pietra miliare del teatro musicale, ridefinendone le regole e gettando le basi per il musical moderno, contava sulle musiche ormai immortali di Leonard Bernstein, sui testi realisti, crudi e romantici di Arthur Laurents e Stephen Sondheim (appena poco più che ventenne, all'epoca), e sulle impareggiabili coreografie di Jerome Robbins, con la loro straordinaria capacità di trasformare lotte e duelli in virili e leggeri - allo stesso tempo - passi di danza. E, naturalmente, su una storia d'amore senza tempo, che travalica barriere culturali, linguistiche, razziali e che si rifà al shaekspiriano Romeo e Giulietta.
Verona diventa il West Side newyorchese, Romeo si chiama Tony ed è l'ex leader dei Capuleti, qui diventati la gang americana dei Jets; e Giulietta diventa Maria, immigrata portoricana sorella di Bernardo, leader degli Sharks, gang appunto di portoricani in lotta con i Jets per la supremazia nelle squadre del quartiere.
Ovviamente Tony e Maria si incontrano e si innamorano sulle note di alcuni dei brani più belli ed emozionanti di tutti i tempi, titoli che hanno fatto la storia del teatro musicale come Maria e Tonight, e il balcone veronese diventa il balcone di una periferia urbana tra tubi e scale antincendio. Ma l'amore dei due giovani, che sognano un luogo e un tempo privo di violenza e malvagità, si scontra con la voglia di combattere delle due squadre di appartenenza, con la loro ottusità, con il fuoco giovanile che rende tutto così definitivo ed urgente; ci scappano due morti, poi prevarranno le bugie, le vendette, e uno ad uno i sogni dei due innamorati si frantumeranno davanti ai contrasti razziali e all'energia non più contenibile dell'odio.
E il colpo di pistola che alla fine suggellerà tutto spiazza anche gli attoniti spettatori, che fino in fondo speravano che la storia, per una volta, prendesse una piega differente.
La magia senza tempo di West Side Story, dicevamo, ha stregato tutti, e naturalmente anche il sottoscritto, che solo riascoltando questo autentico capolavoro ha capito quanto lo abbia sempre amato, e quanto immortali fossero le sue musiche, così capaci di entrare nell'animo dei protagonisti e di descrivere situazioni, attese, sentimenti con disarmante romanticismo, lirismo e con tutta l'energia di una partitura che mescola ritmi latini, jazz e folk americano.
Il cast è semplicemente strepitoso, soprattutto nei vigorosi numeri di ballo, nelle coreografie che diventano lotte, duelli, mambo scatenati e passi sognanti - come in Somewhere, lo struggente leit-motiv che i due amati vivono in un sogno che vorremmo non finisse mai.
Dal punto di vista vocale, su tutti prevale il temperamento latino di Desireé Davar (Anita), di fronte all'impostazione liricheggiante di Chad Hilligus (Tony) e Sofia Escobar (Maria).
L'imponente orchestra (23 elementi!) rende l'allestimento ancora più emozionante, brillante e pieno; del resto a dirigerla c'è Donald Chan, allievo di Bernstein e profondo conoscitore della partitura.
Il disegno luci, praticamente perfetto, e la scenografia con i tipici balconi in ferro e le scale antincendio, completate da suggestive videoproiezioni, rendono questo musical un'autentica delizia per gli occhi.
Il mesto e solenne corteo funebre che chiude lo show lascia un profondo senso di commozione, amarezza e sgomento, e la certezza di aver vissuto una grande esperienza teatrale.
22 marzo 2010
Love Never Dies?
Come saprete, amo alla follia The Phantom of the Opera. E' praticamente il musical che mi ha fatto innamorare del musical. La prima copia che riuscii a recuperare me la fece un'amica che studiava in Inghilterra, registrando su cassetta il doppio LP che trovò nella discoteca della famiglia dove abitava, nei primissimi anni Novanta. Poi trovai il romanzo originale di Leroux in una libreria dell'usato a Trieste, e la cosa che mi colpì era il logo del musical in copertina, con tanto di maschera bianca e rosa rossa, ma già tradotto in italiano. Penso di averlo letto cinque o sei volte, ed ogni volta era un'emozione diversa.Ora, dare un seguito a questo capolavoro... Era davvero necessario? Voglio dire, a Lord Lloyd Webber credo che i soldi non manchino; per cui voglio escludere a priori il lato puramente commerciale-economico della faccenda. Voleva assolutamente dare un seguito alla storia? Poteva farlo, ma doveva dar retta al destino che alcuni anni fa, sotto forma di gatto, gli cancellò dal sintetizzatore tutto il lavoro compiuto, e lasciar perdere.
E invece, eccoci qua. Sinceramente, io ci sono rimasto male. Ho apprezzato lo "sforzo" di cercare un sound diverso, più vicino alla modernità da inizi novecento che allo stile da grand-opera/pucciniano dell'illustre precedente; ma è l'operazione in sé che secondo me è nata male e proseguita peggio. Love Never Dies conferma, purtroppo, che Webber non è in grado di creare musica "colta" senza scadere nel mostruosamente noioso, e che il suo estro è finito nel 1993, con Sunset Boulevard. Viale del Tramonto, un titolo, un dato di fatto. Dopo ha creato qualche bella e struggente e potente melodia, ma non un musical che funzioni nel suo insieme.
Il Phantom funziona perché non lascia respiro: le melodie si susseguono alle melodie, i richiami si sussegono ai richiami, i grandi show-stoppers sono memorabili; in Love Never Dies ce n'è uno solo, è bello e orecchiabile, certamente, ma finisce lì. Lasciamo perdere il plot, che fa acqua da tutte le parti. E la title-song, checché ne scriva Webber in persona nel libretto, rimane un'auto-scopiazzatura-riciclaggio ingiustificabile per un compositore della sua levatura.
Magari a teatro è uno spettacolone, e avrà un successone clamoroso. Ma dubito. Peccato, sarà persa un'altra occasione.
11 dicembre 2009
And all that jazz!
Trieste, 10 dicembre 2009 - Uno spettacolo elegante, raffinato, muscolare, sinuoso, sensuale; che altri aggettivi trovare? Solo il numero d'apertura, coi suoi movimenti precisi, puliti, minimali, lascia senza fiato, e vale da solo l'intero musical. E' facilissimo lasciarsi rapire dall'alchimia che si crea in questo Chicago, il musical di Kander & Ebb in scena in esclusiva nazionale al Rossetti di Trieste, nella produzione originale inglese (quella che sta inesorabilmente scalando le vette dei primi 10 musical più visti di tutti i tempi, sia a Londra che a Broadway). E' una magia che si crea pian piano tra i performer e i musicisti schierati in bella vista, che giocano, entrano nella storia, interagiscono con i personaggi, e - dettaglio invero non trascurabile - suonano divinamente. Uno spettacolo nello spettacolo. Chicago è fatto di nero e di luce: di nero come i costumi, elegantissimi eppure così essenziali; nero come la scenografia, fatta di una scala e qualche sedia; e di fasci di luce che scolpiscono corpi, sottolineano situazioni, definiscono ambienti e stati d'animo. Un musical fatto di musica - e che musica; di parole, asciutte, non ce n'è una di troppo; di coreografie - e che coreografie (non per niente sono di Ann Reinking, sullo stile di Bob Fosse, che le aveva create per la prima edizione del 1975); di trama, che sembra cucita addosso alla televisione di questi tempi strani, di processi in prima serata, di giornalismo trash, di assassini che diventano star.Non mi dilungo sulla bravura del cast; è assolutamente superfluo, ma occorre citare almeno i protagonisti: Twinnie-Lee More (Velma Kelly), sottilmente snob; Miriam-Elwell Sutton (Roxie Hart), arrivista e caciarona; Gary Wilmot (Billy Flinn), senza scrupoli, con un sorriso e una classe grandi così; Adam Stafford (Amos), auto-ironico e irresistibile. Gli altri protagonisti si fanno ascoltare e guardare, tutti; e credetemi, c'è di che guardare, e c'è di che ascoltare.
24 maggio 2009
You'll never walk alone: i musical dell'età d'oro
Non so se ve ne siete accorti, ma il musical "classico" non è proprio nelle mie corde. Intendiamoci, come ha scritto qualcuno forse con troppa leggerezza, c'è sempre più melodia e inventiva in Oh, what a beautiful morning da Oklahoma! che in tutta la produzione webberiana, e degli anni d'oro del musical rimangono sempre capolavori riconosciuti come South Pacific, The Sound of Music, Carousel, Annie Get Your Gun, The King And I, My Fair Lady e tanti tanti altri.
Per quanto mi riguarda, apprezzo molto di più, forse solo per non conoscere appieno i titoli appena citati, lavori che vanno da West Side Story in poi (se non da Jesus Christ Superstar in poi); ecco, apro questo post, come suggeritomi, appunto per illuminarmi sull'epoca che per me rimane ancora pseudo-sconosciuta, ma che tuttavia riesce a incantarmi con la poesia dei suoi brani più belli e celebri. Un titolo su tutti: You'll never walk alone, ad esempio.
Siete dunque liberissimi di scrivere di quelli che avete visto, magari in qualche lussuoso revival del West End o di Broadway, perché la vecchia Europa continua invece a sfornare blockbuster Disneyani e titoli traballanti da Wildhorn a Kunze/Levay. Attendo fiducioso.
Per quanto mi riguarda, apprezzo molto di più, forse solo per non conoscere appieno i titoli appena citati, lavori che vanno da West Side Story in poi (se non da Jesus Christ Superstar in poi); ecco, apro questo post, come suggeritomi, appunto per illuminarmi sull'epoca che per me rimane ancora pseudo-sconosciuta, ma che tuttavia riesce a incantarmi con la poesia dei suoi brani più belli e celebri. Un titolo su tutti: You'll never walk alone, ad esempio.
Siete dunque liberissimi di scrivere di quelli che avete visto, magari in qualche lussuoso revival del West End o di Broadway, perché la vecchia Europa continua invece a sfornare blockbuster Disneyani e titoli traballanti da Wildhorn a Kunze/Levay. Attendo fiducioso.
23 aprile 2009
Mamma mia! Here I go again!
Parto dalla fine: i tre bis valgono da soli lo spettacolo. Potrei fermarmi qui, perché la forza di Mamma Mia!, che ieri sera ha aperto alla grande la sua attesissima tappa triestina, in fondo si riassume in pochi elementi: semplicità, gioia di vivere, ottimismo. Le canzoni degli ABBA, abilmente cucite in una trama che si racconta in una riga (una ventenne invita alle sue nozze i suoi tre probabili padri, all'insaputa della madre, ex corista), fanno il resto, e la felicità di tre generazioni che rimpiangono gli spensierati anni Ottanta a ritmo di dance.Sarebbe inutile ricordare i numeri di questo fenomenale successo planetario, che nelle sue numerose edizioni contemporaneamente in scena nel mondo (Broadway, Londr
a, North American Tour, Las Vegas, Oslo, Dutch Cast, International Tour) raccoglie ogni sera qualcosa come 18.000 spettatori (ecco, un numero l'ho ricordato). Mamma Mia! ormai è una macchina spettacolare talmente rodata che ormai alimenta se stessa, grazie anche all'indovinata versione cinematografica dello scorso anno che non ha fatto altro che aumentarne la visibilità.Ecco, se si vuole una chiave di lettura per godersi lo show a teatro: dimenticate il film, che sfrutta al meglio tutte le potenzialità panoramiche proprie del linguaggio cinematografico, e lasciatevi incantare e suggestionare dalle geniali ed evocative soluzioni scenografiche sul palco, oltre che, naturalmente, dall'estrema professionalità e bravura del cast, che affronta canzoni senza tempo, battute e balletti con una semplicità e facilità disarmanti.
Forse all'inizio si fa un po' fatica a seguire lo show, quando si cerca di leggere contemporaneamente le traduzioni proiettate ai lati del palco; e forse questo è l'unico difetto dello spettacolo, in inglese da cima a fondo: e la fulmineità di certe battute e situazioni un po' si perde.L'ottimo disegno luci, l'orchestra dal vivo senza una sbavatura, i costumi, quel fondale azzurro un po' cielo un po' mare, tutto contribuisce a passare due ore e mezza in allegria, non senza qualche momento di pura commozione: perché quando Donna canta a sua figlia, a poche ore dalle nozze, Slipping through my fingers, sfido chiunque genitore a non pensare alle stesse, identiche parole.
Cast di primo livello, dicevamo, capeggiato dalle tre Dynamos, Donna in testa (l'affascinante Jackie Clune; Tanya è l'aristocratica Gerarldine Fitzgerald, Rosie la scatenata Leigh McDonald), che in più di un'occasione dominano incontrastate la scena. Ma anche Sophie (una sbarazzina Miria Parvin) e Sky, il futuro sposo (un atletico Gary Watson), sfoderano belle voci e ottima presenza scenica. Un po' meno all'altezza i tre probabili padri.

Alla fine, anche il compassato pubblico della prima triestina, che per l'occasione ha avuto una copertura mediatica senza precedenti (i bis sono stati adirittura trasmessi in diretta su Telequattro, la più seguita tv locale della città), ha ceduto alle lusinghe dei performer che, come accade ogni sera in ogni teatro dove va in scena Mamma Mia!, si è alzato in piedi e ha cominciato a ballare scatenato sulle note di Dancing Queen e Waterloo.

Ovazioni prevedibili, e interminabili, che hanno per ora assicurato allo Stabile regionale il maggiore incasso - e il maggior numero di spettatori, si prevede di arrivare a quota 21.000 - degli ultimi trent'anni.
La festa è poi proseguita al Café Rossetti, in un party esclusivo tra autorità, performer e musica dance.
22 novembre 2007
Questo è il momento di Jekyll & Hyde
Trieste, 20 novembre - "Questo è il momento / l'attimo in cui / ogni mio dubbio / ogni domanda svanirà..."L'altra sera sono stato a Trieste, al Rossetti, dove ho passato una bella serata con Jekyll & Hyde nell'allestimento in italiano del Teatro Stabile d'Abruzzo e Teatro Musica Mamò.
Una bella serata e una bella versione; mi è piaciuto soprattutto l'adattamento nella nostra lingua, il motivo principale che mi incuriosiva di questo musical che finora conoscevo solo nelle varie versioni inglesi e tedesca.
Scommessa vinta, senza dubbio: la traduzione è molto fedele, alcuni passaggi sono resi splendidamente (come in Facade e in In his eyes, quest'ultima davvero bella), in altri momenti la metrica è spinta un po' forzatamente nella musica, ma sono quisquilie inevitabili e assolutamente capibili.
Nell'esigente doppio ruolo del titolo, Giò di Tonno offre una applauditissima prova canora e d'attore (ma per chi l'ha visto in Notre Dame, nei panni di Quasimodo, noterà una certa somiglianza nell'andatura "gobbosa" di Hyde...); molto belle le voci delle due protagoniste femminili, Emma di Ilaria Deangelis (anche se quando passa nel registro lirico sembra indebolirsi un po') e soprattutto Lucy di Simona Molinari.
Quello che più colpisce è però la precisione e l'impasto vocale delle numerose scene corali (il coro, o meglio l'opinione popolare è l'altro grande protagonista dello spettacolo).
I difetti. Ahimé, ci sono.
Primo: manca Girls of the night (Maedchen der Nacht per chi conosce la versione tedesca).
Secondo: la relativa "povertà" della scenografia. Se i costumi sono ricchi e rendono alla perfezione l'ambientazione vittoriana, le scene lasciano un po' a desiderare; il laboratorio di Jekyll sembra la versione ingrandita del piccolo chimico.
Terzo: le basi musicali: mi sembravano andassero un po' al ralenty rispetto le altre versioni che ho già in orecchio, e che fossero meno "sontuose"; diciamo quasi "da camera".
L'impressione generale è che se ci fossero molti più soldi in gioco, l'allestimento - con una bella orchestra dal vivo - avrebbe tutte le carte in regola per essere davvero un musical coi fiocchi, sicuramente la strada giusta per far conoscere i grandi classici contemporanei anche in Italia. Io me lo auguro, perché se lo meritano.
Venerdì 23 novembre alle 18, nel nuovo Cafè Rossetti sotto il teatro, ci sarà l'incontro aperto al pubblico con la compagnia di Jekyll & Hyde; e non solo, molto probabilmente ci sarà pure Frank Wildhorn in videoconferenza da New York. Chi è da queste parti, ci vada e poi ci racconti.
Ho avuto il grande piacere di intervistare telefonicamente Giò di Tonno, e lo voglio anticipatamente ringraziare per l'estrema cortesia e disponibilità. Una bella chiacchierata che posterò al più presto.
11 novembre 2007
Ancora un volta, Jesus Christ in italiano è sempre... superstar!
Milano, 8 novembre 2007 - A Milano per lavoro, ho colto la palla al balzo e sono riuscito a tornare a vedere Jesus Christ Superstar nel bell'allestimento tutto in italiano della Compagnia della Rancia, con la regia di Fabrizio Angelini. Sono riuscito persino a "trascinare" il mio capo - notoriamente poco incline alla vita teatrale: gli è talmente piaciuto che canticchiava persino le canzoni (o meglio: bofonchiava maldestramente qualcosa) durante lo show.Ho poco da aggiungere rispetto i precedenti post pubblicati lo scorso anno, quando vidi lo show a Trieste, se non che è addirittura migliorato. A suo tempo vidi il secondo cast, l'altro giorno mi sono goduto gli interpreti originali: Simone Sibillano nei convincenti e falsettosi panni di Jesus, Edoardo Luttazzi (il migliore della serata, senza dubbio) negli esigenti e difficili panni di Giuda, Valentina Gullace in quelli scomodi e controversi di Maria Maddalena.
Stavolta, sapendo già cosa mi aspettava come scenografia, regia e sorprese sceniche, mi sono concentrato di più sulle liriche e gli adattamenti. Ero talmente entusiasta che mi sembravano persino cambiate rispetto a un anno fa, più aderenti al testo originale e più musicali; invece no, sono esattamente le stesse, ma capite che effetto può fare una seconda, più tranquilla, visione?
Unico neo: la scarsa affluenza di pubblico. L'immenso Teatro Allianz (sponsor che vai, nome che trovi) era proprio semivuoto. Ma l'imprevista presenza di Michelle Hunzicker in platea ha rischiato di far tardare l'inizio del musical per improvviso entusiasmo delle orde di adolescenti presenti in platea.
Comunque mi sono regalato il cd con gli highlights. E' proprio vero: anche in italiano, le liriche di Michele Renzullo e Franco Travaglio dicono esattamente quello che dicono in inglese; e ancora una volta mi convinco che la strada per portare in Italia i musical stranieri è proprio questa.
06 novembre 2007
Peter Pan, un musical da guardare con gli occhi di un bimbo
Trieste, 2 novembre 2007 - Immaginate 1.500 bambini che urlano entusiasti: "Io credo nelle fate!!!", agitando nel buio una stellina luminosa, e capirete la magia di questo show. Farvi tornare bambini, farvi sognare. In sala c'erano anche adulti, ovvio; ma sembravano una minoranza. Tutti in piedi, bacchetta magica in mano - gentile dono dello sponsor, il biscotto tondo al cioccolato con le stelline bianche sopra - a gridare "Io credo nelle fate!!!", incitati da quell'animale da palcoscenico che è Manuel Frattini / Peter Pan per salvare la graziosa fatina Trilly. Perché è vero, o perlomeno alla fine ci credi anche tu: se dici "le fate non esistono", da qualche parte ne muore una. Così, su due piedi, prima c'era e adesso non c'è più. E questo nostro povero mondo ha davvero bisogno di sognare, e credere nelle favole, e nelle fate.
E pensare che partivo molto prevenuto. Le canzoni di Edoardo Bennato non mi piacciono granché, figuriamoci costruirci sopra un intero spettacolo. Peter Pan - il musical nasce proprio così, dal concept album degli Anni Settanta che raccontava di quel bambino che non voleva crescere. Non pensavo che Sono solo canzonette, L'isola che non c'è, Il rock di Capitan Uncino reggessero la scena; e invece, messe in bocca a Peter Pan, Wendy, il fido pirata Spugna e allo stesso Capitan Uncino diventano efficaci momenti teatrali.
Anche gli effetti speciali aiutano ad entrare in questa dimensione fiabesca: videoproiezioni tridimensionali esplicitano persino l'immaginario viaggio che dalla seconda stella a destra, poi dritto fino al mattino, porta all'isola che non c'è, casa di tanti bimbi perduti, di indiani, di pirati e di tante avventure; e dopo il primo brano (questo sì, un inutile rap fuori luogo) conducono magicamente, con una bella trovata scenica, fin dentro la camera dei tre fratelli.
I protagonisti: tanti ex-bambini, bravi e spiritosi, capitanati da Alice Mistroni che sfodera una voce limpida e fanciullesca; e se il protagonista è l'incontenibile Manuel Frattini, che vola, piroetta e danza persino sospeso a quattro metri da terra, anche il Capitan Uncino di Claudio Castrogiovanni gigioneggia e fa il verso all'altro famoso pirata dei giorni nostri, Jack Sparrow. E non è da dimenticare il buffo cane Nana, vera macchietta comica dello spettacolo.
Un musical da guardare a occhi spalancati, e qualche piccola pecca nel ritmo di alcuni momenti si perdona volentieri. Ma come fare a non rimanere incantati, quando Peter spicca l'ultimo, clamoroso volo direttamente in platea, circondato da una sbriluccicante nuvola d'oro?
E pensare che partivo molto prevenuto. Le canzoni di Edoardo Bennato non mi piacciono granché, figuriamoci costruirci sopra un intero spettacolo. Peter Pan - il musical nasce proprio così, dal concept album degli Anni Settanta che raccontava di quel bambino che non voleva crescere. Non pensavo che Sono solo canzonette, L'isola che non c'è, Il rock di Capitan Uncino reggessero la scena; e invece, messe in bocca a Peter Pan, Wendy, il fido pirata Spugna e allo stesso Capitan Uncino diventano efficaci momenti teatrali.Anche gli effetti speciali aiutano ad entrare in questa dimensione fiabesca: videoproiezioni tridimensionali esplicitano persino l'immaginario viaggio che dalla seconda stella a destra, poi dritto fino al mattino, porta all'isola che non c'è, casa di tanti bimbi perduti, di indiani, di pirati e di tante avventure; e dopo il primo brano (questo sì, un inutile rap fuori luogo) conducono magicamente, con una bella trovata scenica, fin dentro la camera dei tre fratelli.
I protagonisti: tanti ex-bambini, bravi e spiritosi, capitanati da Alice Mistroni che sfodera una voce limpida e fanciullesca; e se il protagonista è l'incontenibile Manuel Frattini, che vola, piroetta e danza persino sospeso a quattro metri da terra, anche il Capitan Uncino di Claudio Castrogiovanni gigioneggia e fa il verso all'altro famoso pirata dei giorni nostri, Jack Sparrow. E non è da dimenticare il buffo cane Nana, vera macchietta comica dello spettacolo.
Un musical da guardare a occhi spalancati, e qualche piccola pecca nel ritmo di alcuni momenti si perdona volentieri. Ma come fare a non rimanere incantati, quando Peter spicca l'ultimo, clamoroso volo direttamente in platea, circondato da una sbriluccicante nuvola d'oro?
22 dicembre 2006
Ragtime, razzismo e conflitti sociali tra jazz e swing
Ieri pomeriggio mi sono concesso un bel pomeriggio musical-e con i protagonisti del musical di domani: gli allievi della BSMT di Bologna, che hanno fatto tappa a Trieste con il loro Ragtime.Ne avevo già sentito parlare molto bene, specialmente dall'Amico del Musical Gabriele Bonsignori (ehm ehm... conflitto di interesse... ^__^), ho fatto i salti mortali tra il pranzo natalizio coi colleghi e il Concertòn in teatro a Monfalcone, per riuscire ad esserci anch'io nella piccola Sala Bartoli del "Rossetti", spazio adattissimo per questa versione completamente acustica del musical.
Mea culpa, non mi piace andare a teatro completamente digiuno di quello che sentirò e vedrò, e questo era uno di quei musical in lista d'attesa - assieme a molti altri - per essere ascoltato, capito, assimilato per tempo; tempo che non basta mai, naturalmente. Ma almeno adesso ho un buon motivo per considerarlo maggiormente.
Che dire, se non bravi! Una quarantina di performer in scena capitanati dalla vulcanica Shawna Farrell, che ha allestito questo grande e convincente affresco corale, portando in scena temi non facili quali l'immigrazione, la povertà, il razzismo, le tante contraddizioni sociali della New York di un secolo fa.
Accompagnati solamente da un pianoforte, un contrabbasso e dalle percussioni, i ragazzi hanno sfoggiato notevoli capacità canore e recitative, dando il meglio negli emozionanti e numerosi momenti corali e spaziando con facilità dal jazz al blues, dallo swing al ragtime, in un caleidoscopio di stili musicali sapientemente mescolati dal compositore Stephan Flaherty.
Senza nulla togliere agli altri, un plauso particolare a Filippo Strocchi nella parte di Coalhouse e a Fabio Vagnarelli in quella del padre.
Bellissimi e molto curati i costumi ("bianco-borghese" per i bianchi - vedi foto -, colori accesi per i personaggi di colore, i colori della terra - nero, marrone, grigio - per gli immigrati), efficaci le ambientazioni ricreate con pochi e versatili elementi scenici, che gli stessi performer componevano e trasformavano in scena.
Il pubblico triestino ha risposto calorosamente (e con una recita aggiunta in corsa per la grande richiesta) a questo che tutto è meno che un semplice "saggio" scolastico; e da lodare all'infinito la coraggiosa scelta della BSMT di proporre un tipo di musical che altrimenti non avrebbe vita facile in Italia. Purtroppo non me lo sono goduto fino alla fine, ho dovuto scappare via (per i motivi di cui all'inizio), a metà del secondo atto - parentesi: però tre ore e passa di spettacolo non sono un po' troppo lunghe per uno spettacolo con fini "didattici"? -; ulteriore buon motivo per recuperare il cd e dedicarci l'attenzione che merita.
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