19 aprile 2017
"Joe Gillis? Lo facevo già a 15 anni!" Michael Xavier, da Sunset Boulevard a Broadway, si racconta
Michael Xavier è l'acclamato protagonista maschile, nei panni di Joe Gillis, della produzione di Sunset Boulevard attualmente in scena a Broadway, al Palace Theatre, fino alla fine di giugno, al fianco di Glenn Close.
Con alle spalle ruoli importanti nei più grandi musical del West End, da Miss Saigon a The Phantom of the Opera, passando per Mamma Mia!, My Fair Lady e tanti altri, con due nomination agli Olivier Awards per il suo ruolo da protagonista in Love Story e da non protagonista in Into the Woods, Michael Xavier ha accettato di rispondere alle nostre domande.
When and how did you decide to become a performer?Quando e perché hai deciso di diventare un performer?When I was 15 I did a production of Grease at school and I said to myself "this is what I want to do for the rest of my life!"
Avevo 15 anni, partecipai ad una produzione di Grease nella mia scuola, e dissi a me stesso: "Questo è quello che voglio fare per il resto della mia vita!"
What does it means to be a performer?
Cosa significa essere un performer?
It's a great honour to play a character in as story that helps an audience to think differently about the World or their lives and who we are as human beings. It's great for humanity to experience the arts and to be an artist is such a pleasure.
E' un grande onore recitare un personaggio in una storia che aiuta il pubblico a pensare il Mondo o le loro vite in modo diverso, a chi siamo come esseri umani. Per l'umanità è una grande cosa far esperienza dell'arte, ed essere un artista è un grande piacere.
What role did you like to play?
Che ruolo ti è piaciuto fare?
I've enjoyed every role I've played. I enjoy being diverse and I love comedy. Probably my favourite roles were The Wolf and Cinderella's Prince in Into The Woods as I got to be both dark and humorous in the same show!
Mi sono divertito in ogni ruolo in cui ho recitato, l'essere diverso... Adoro la commedia. Probabilmente i miei ruoli preferiti sono stati il Lupo e il Principe di Cenerentola in Into the Woods, dove nello stesso show recitavo una parte dark ed una umoristica!
What was the most difficult and the most funny moment in your career?
Quali sono stati i momenti più difficili e più divertenti nella tua carriera?
Cooking a meal whilst singing The Pasta Song from Love Story! That was very difficult! The funniest moment? There've been so many. Most recently singing Sunset Boulevard, sitting down at the very end of the song and putting my very cool sunglasses on. The glass eyepiece then fell out in one of the eyes! Not very cool at all!
Cucinare un pasto mentre cantavo The Pasta Song in Love Story! E' stato davvero difficile! Il momento più divertente? Oh, ce ne sono stati molti. Il più recente, quando canto Sunset Boulevard seduto, verso la fine del brano, e indosso i miei occhiali da sole da fighetto. Una delle stanghette si è infilata nell'occhio! Non molto piacevole!
You have played in musicals written by Webber, Sondheim, Schönberg... differences and difficulties about each one?
Hai recitato in musical di Webber, Sondheim, Schönberg... differenze e difficoltà di ognuno?
They are all different and all have their difficulties but Sondheim is the hardest as he creates a vocal pattern and then often changes it the next time you sing it. So one note maybe flattened slightly or a rhythm slightly different. So challenging!
Sono tutti diversi e tutti hanno le loro peculiarità, ma Sondheim è il più difficile su come sa creare impasti vocali e quanto spesso cambia la volta successiva che lo canti... una nota un po' più appiattita, o un ritmo leggermente differente... Ogni volta una scoperta!
You first played Artie Green, now you are playing Joe Gillis in Sunset Boulevard... What does it mean this musical for you and your career?
Tempo fai hai sostenuto il ruolo di Artie Green, ora stai facendo Joe Gillis in Sunset Boulevard... Cosa significa questo musical per te e la tua carriera?
I used to sing this show in my bedroom at home as a teenager (15 years old) imagining I was standing on the stage. It means so much to me that my visualisation came true from focus and years of hard work. I'm very proud of my achievements.
Ero abituato a cantare questo show nella mia cameretta da teenager, a 15 anni, immaginandomi in un palcoscenico. Significa così tanto per me, la mia immaginazione si è realizzata dopo anni di duro lavoro. Sono molto orgoglioso dei miei successi!
What does it mean to play next to Glenn Close?
Cosa significa per te recitare accanto a Glenn Close?
She's one of the BEST actors in the WORLD and I get to play with her every night. No two performances are the same and I LOVE that! She's always evolving and trying different things. That is exciting!
Lei è una delle migliori attrici al mondo, e io recito con lei ogni sera. Ogni recita è diversa dall'altra, e io amo tutto ciò! Prova sempre cose nuove ed è sempre in evoluzione. E' davvero eccitante!
Can you tell us something about your school in London?
Puoi raccontarci qualcosa della tua scuola a Londra?
Yes, I'd LOVE to! My school is called Musical Theatre Masterclass and is run every Sunday for 3 hours. Students audition to be part of the elite group and they train for 3 hours in Acting, Voice and Dance. MTM is a great place for any promising and aspiring performers to come and learn from the bes in the business as we have a wonderful team of resident teachers but we also have great guest teachers come in to take classes like Ramin Karimloo (Anastasia), Kerry Ellis (Wicked), Matt Henry (Kinky Boots), Louise Dearman (Wicked). It's a wonderful environment of positivity and hard work and working with the students is so inspiring! For more info go to www.mtmasterclass.com
Ma certo, con piacere! La scuola è la Musical Theatre Masterclass, si tiene ogni domenica per 3 ore. Gli studenti, per essere parte del gruppo migliore, si allenano per tre ore in recitazione, canto e danza. MTM è una grande palestra per tutti quelli che aspirano a diventare performers, imparando dal meglio che offre il mercato: abbiamo un team meraviglioso di insegnanti fissi e un gran numero di star che vengono a far lezione, come Ramin Karimloo (ora in Anastasia a Broadway), Kerry Ellis (Wicked), Matt Henry (Kinky Boots), Louise Dearman (Wicked). E' un ambiente pieno di positività e lavoro duro, e crescere con gli studenti è una continua fonte di ispirazione! Per maggiori informazioni visitate www.mtmasterclass.com
23 febbraio 2017
Dancing with the Nuns
La serata teatrale spensierata e perfetta esiste, e in Italia si chiama Sister Act: musical a cui Saverio Marconi ha saputo infondere ritmo, energia e talento, e che anche ieri sera, alla prima triestina al Politeama Rossetti, ha colto nel segno. Due ore e mezza di puro divertimento, buona musica, voci strepitose e tante gag che più volte hanno fatto venir giù il teatro dagli applausi.
Tratto dall’omonimo film che ha lanciato nel firmamento hollywoodiano Whoopi Goldberg, un esplosivo intreccio di musica, suore e gangster, questo Sister Act conta su una colonna sonora tutta nuova - non aspettatevi una, dico una, canzone dal film, come erroneamente pensavo io, che attendevo il fatidico momento con I Will Follow Him - composta dal prolifico Alan Menken: un esplosivo miscuglio di dance, soul, funky, ballads in puro stile Broadway, gospel.
A trascinare lo show, quel fenomeno della natura che si chiama Belia Martin: voce e talento comico da vendere, la sua Deloris Van Cartier - la cantante di night che si ritrova suo malgrado testimone di un omicidio ad opera del suo amante Curtis, un Felice Casciano in stato di grazia - rapisce col suo ottimismo, irruenza, physique du rol; e lo stuolo di suore che loro malgrado si ritrovano a dover condividere prove di coro e convento con la nuova arrivata, non sono certo da meno. Citarle tutte non si può, ma sicuramente spiccano Jacqueline Maria Ferry nell’esigente ruolo della Madre Superiora (e un caro saluto all’altra cotitolare Francesca Taverni ci sta tutto), Suor Cristina in quello della novizia Suor Maria Roberta, e una spumeggiante Manuela Tasciotti nella parte di Suor Maria Patrizia.
Marco Trespioli è il Sergente Eddie, sfigato e imbranato, ma con un cuore grande così: il suo assolo nel bar, con tanto di effetti da gran trasformista, strappa applausi a scena aperta.
Da segnalare, inoltre, il trio Silvano Torrieri / Vincenzo Leone / Renato Crudo: novelli Bee Gees, fanno da contraltare, tra mossette, camicione sgargianti e voci in falsetto, al gangster Casciano. Pino Strabioli, volto popolare per i suoi programmi televisivi, è qui un convincente Monsignor O’Hara.
Scenografia suggestiva e funzionale, costumi in perfetto stile Anni Settanta, disegno luci ottimale, ritmo indiavolato: seppur con uno soggetto minimale, ma geniale, questo Sister Act funziona alla grande. Onore al merito anche - o soprattutto - alle liriche e all'adattamento in italiano di Franco Travaglio: lo show sembra scritto direttamente nella nostra lingua! In sintesi: energia, talento e divertimento allo stato puro. E sarà impossibile restar fermi sulla poltrona!
Fino a domenica 26 febbraio 2017 al Politeama Rossetti di Trieste: sbrigatevi, perché ieri sera il teatro era pressocché pieno!
Tratto dall’omonimo film che ha lanciato nel firmamento hollywoodiano Whoopi Goldberg, un esplosivo intreccio di musica, suore e gangster, questo Sister Act conta su una colonna sonora tutta nuova - non aspettatevi una, dico una, canzone dal film, come erroneamente pensavo io, che attendevo il fatidico momento con I Will Follow Him - composta dal prolifico Alan Menken: un esplosivo miscuglio di dance, soul, funky, ballads in puro stile Broadway, gospel.
A trascinare lo show, quel fenomeno della natura che si chiama Belia Martin: voce e talento comico da vendere, la sua Deloris Van Cartier - la cantante di night che si ritrova suo malgrado testimone di un omicidio ad opera del suo amante Curtis, un Felice Casciano in stato di grazia - rapisce col suo ottimismo, irruenza, physique du rol; e lo stuolo di suore che loro malgrado si ritrovano a dover condividere prove di coro e convento con la nuova arrivata, non sono certo da meno. Citarle tutte non si può, ma sicuramente spiccano Jacqueline Maria Ferry nell’esigente ruolo della Madre Superiora (e un caro saluto all’altra cotitolare Francesca Taverni ci sta tutto), Suor Cristina in quello della novizia Suor Maria Roberta, e una spumeggiante Manuela Tasciotti nella parte di Suor Maria Patrizia.
Marco Trespioli è il Sergente Eddie, sfigato e imbranato, ma con un cuore grande così: il suo assolo nel bar, con tanto di effetti da gran trasformista, strappa applausi a scena aperta.
Da segnalare, inoltre, il trio Silvano Torrieri / Vincenzo Leone / Renato Crudo: novelli Bee Gees, fanno da contraltare, tra mossette, camicione sgargianti e voci in falsetto, al gangster Casciano. Pino Strabioli, volto popolare per i suoi programmi televisivi, è qui un convincente Monsignor O’Hara.
Scenografia suggestiva e funzionale, costumi in perfetto stile Anni Settanta, disegno luci ottimale, ritmo indiavolato: seppur con uno soggetto minimale, ma geniale, questo Sister Act funziona alla grande. Onore al merito anche - o soprattutto - alle liriche e all'adattamento in italiano di Franco Travaglio: lo show sembra scritto direttamente nella nostra lingua! In sintesi: energia, talento e divertimento allo stato puro. E sarà impossibile restar fermi sulla poltrona!
Fino a domenica 26 febbraio 2017 al Politeama Rossetti di Trieste: sbrigatevi, perché ieri sera il teatro era pressocché pieno!
06 marzo 2016
La bella addormentata sul ghiaccio
Lo confesso: ero riuscito ad addormentarmi allo spettacolo di Roberto Bolle & Friends.
Lo scoprii il giorno dopo (no, non avevo dormito così tanto), guardando
il servizio sul tg regionale, e vedendo che alcune scene proprio non le
ricordavo. Questo per dire che gli spettacoli di pura danza non sono
proprio nelle mie corde, almeno che non vengano "travestiti" da
qualcos'altro. Ho apprezzato perciò moltissimo lo Schiaccianoci di Matthew Bourne, o il Lago dei Cigni su ghiaccio, visti alcuni anni fa; ecco che anche questa Bella Addormentata,
portata al Rossetti dalla stessa compagnia - Imperial Ice Stars -, che
nel 2013 aveva per la prima volta trasformato il palco del grande teatro
triestino in una pista di ghiaccio portando in scena una impeccabile
versione, appunto, del Lago dei Cigni, partiva coi giusti presupposti.
Le attese non sono andate deluse. Il famoso balletto di Tchaikovsky, messo in mano (anzi: nei pattini da ghiaccio) a questa compagnia diventa "altro" e incanta grandi e piccini con piroette, salti, volteggi e momenti di spericolata acrobazia portati in scena con tale naturalezza e grazia che dopo pochi minuti lo spettatore manco più se ne accorge che quelli in scena sono pattinatori e non ballerini.
Stupisce la precisione dei movimenti e delle coreografie, studiate al millimetro, sorprende sempre l'eccezionale forza muscolare dei ballerini che spesso e volentieri fanno roteare in aria (e a notevole altezza, vista la stazza di alcuni di loro) le loro partner. Meravigliano gli sfarzosi costumi, fanno presa sul pubblico i numerosi momenti in cui anche il fuoco entra in scena.
Ascoltando la colonna sonora del balletto, ci si rende pure conto di quanto l'omonimo film d'animazione della Disney debba alle musiche di Tchaikovsky; e la scelta di trasformare la strega cattiva in uno statuario stregone si rivela azzeccata.
I numeri di questa produzione danno l'idea della grandiosità dell'evento: 36 persone nel cast, 18 ballerini in scena, 7 ore di allenamenti al giorno, un medico al seguito, 18 km di tubazioni che scorrono sotto il palco per trasformarlo in una pista da 14 tonnellate di ghiaccio a -15°.
Numerosi applausi a scena aperta, al termine una vera ovazione.
Le attese non sono andate deluse. Il famoso balletto di Tchaikovsky, messo in mano (anzi: nei pattini da ghiaccio) a questa compagnia diventa "altro" e incanta grandi e piccini con piroette, salti, volteggi e momenti di spericolata acrobazia portati in scena con tale naturalezza e grazia che dopo pochi minuti lo spettatore manco più se ne accorge che quelli in scena sono pattinatori e non ballerini.
Stupisce la precisione dei movimenti e delle coreografie, studiate al millimetro, sorprende sempre l'eccezionale forza muscolare dei ballerini che spesso e volentieri fanno roteare in aria (e a notevole altezza, vista la stazza di alcuni di loro) le loro partner. Meravigliano gli sfarzosi costumi, fanno presa sul pubblico i numerosi momenti in cui anche il fuoco entra in scena.
Ascoltando la colonna sonora del balletto, ci si rende pure conto di quanto l'omonimo film d'animazione della Disney debba alle musiche di Tchaikovsky; e la scelta di trasformare la strega cattiva in uno statuario stregone si rivela azzeccata.
I numeri di questa produzione danno l'idea della grandiosità dell'evento: 36 persone nel cast, 18 ballerini in scena, 7 ore di allenamenti al giorno, un medico al seguito, 18 km di tubazioni che scorrono sotto il palco per trasformarlo in una pista da 14 tonnellate di ghiaccio a -15°.
Numerosi applausi a scena aperta, al termine una vera ovazione.
22 febbraio 2016
Oblivion: the Human Jukebox!
E’ arduo scrivere qualcosa di originale su questo spettacolo. Che innanzittutto non è uno spettacolo: è un happening. E’ cabaret. E’ bravura. E’ eccellenza. E’ divertimento allo stato puro. E’ che ogni volta che si legge una recensione, una nota, un post su questi cinque (sei, dai: una delle protagoniste è al settimo mese di gravidanza, ed il bebé nascerà sul palco, a questo punto) eterni Peter Pan che si chiamano Oblivion, gli aggettivi superlativi si sprecano.
Vi dirò la verità: hanno ragione. Il modo migliore per vederli in azione è in teatro (io me li son gustati al Teatro Orazio Bobbio, a Trieste), non cercateli in tv anche se hanno dalla loro diverse apparizioni in ordine sparso; il piccolo schermo non rende loro giustizia, e le folle distratte dal telecomando, da millantamila canali digitali e da smartphone e tablet, non apprezzerebbero appieno la loro superlativa comicità fatta di talento, improvvisazione, capacità di capirsi al volo e tanta, tanta, tanta competenza. Che è poi quella che manca, il più delle volte, ai blasonati protagonisti di tanti spettacoli e talent show televisivi.
Lo spettacolo, dicevamo. The Human Jukebox racchiude già il senso di quello che si va a vivere: i cinque performer, nati e cresciuti sotto l’ala protettiva della BSMT di Bologna, che è tra le più quotate scuole di musical in Italia, in un’ora e mezza filata frullano, smontano, parodiano, improvvisano, uniscono decenni di musica italiana e internazionale in una serie di siparietti ognuno dei quali vale il biglietto. Già prima dello spettacolo vagano in platea, accolgono gli stralunati spettatori chiedendo loro di scrivere su alcuni biglietti i loro cantanti preferiti; biglietti che saranno estratti sul palco e che andranno a costituire l’ossatura assolutamente casuale di quello che dovranno cantare.
Difficile? Sì, ma considerata la loro sconfinata preparazione e l’apparente banalità delle scelte del pubblico (che non si discostano molto dai soliti noti Dalla, Morandi, Battisti, Mina e Queen; io ci ho provato inserendo Idina Menzel e Pia Douwes, ma non mi hanno estratto), ecco che lo spettacolo si fa direttamente sotto i nostri occhi. Ed è un autentico spasso, perché il pubblico è continuamente coinvolto in un continuo scambio di battute diverso di sera in sera.
Lascio a voi il gusto di scoprire il canovaccio della serata, una travolgente scaletta che spazia dal recentissimo medley sulle canzoni vincitrici del Festival di Sanremo, ad una esilarante parodia dei tre tenorini de Il Volo, alla X-Factoria Ia-Ia-O, ad uno spassoso FestivalZar con le (antiche) glorie canore nazionali emigrate nei Paesi Baltici, e tanto, tanto, tanto ancora.
Preparatevi, perché uscirete dallo show spossati e contenti.
Mi rendo conto di non aver nominato nessuno degli Oblivion. Ma mi sono sforzato di scrivere quello che gli altri non scrivono mai, e gli altri li nominano sempre. Perciò...
Vi dirò la verità: hanno ragione. Il modo migliore per vederli in azione è in teatro (io me li son gustati al Teatro Orazio Bobbio, a Trieste), non cercateli in tv anche se hanno dalla loro diverse apparizioni in ordine sparso; il piccolo schermo non rende loro giustizia, e le folle distratte dal telecomando, da millantamila canali digitali e da smartphone e tablet, non apprezzerebbero appieno la loro superlativa comicità fatta di talento, improvvisazione, capacità di capirsi al volo e tanta, tanta, tanta competenza. Che è poi quella che manca, il più delle volte, ai blasonati protagonisti di tanti spettacoli e talent show televisivi.
Lo spettacolo, dicevamo. The Human Jukebox racchiude già il senso di quello che si va a vivere: i cinque performer, nati e cresciuti sotto l’ala protettiva della BSMT di Bologna, che è tra le più quotate scuole di musical in Italia, in un’ora e mezza filata frullano, smontano, parodiano, improvvisano, uniscono decenni di musica italiana e internazionale in una serie di siparietti ognuno dei quali vale il biglietto. Già prima dello spettacolo vagano in platea, accolgono gli stralunati spettatori chiedendo loro di scrivere su alcuni biglietti i loro cantanti preferiti; biglietti che saranno estratti sul palco e che andranno a costituire l’ossatura assolutamente casuale di quello che dovranno cantare.
Difficile? Sì, ma considerata la loro sconfinata preparazione e l’apparente banalità delle scelte del pubblico (che non si discostano molto dai soliti noti Dalla, Morandi, Battisti, Mina e Queen; io ci ho provato inserendo Idina Menzel e Pia Douwes, ma non mi hanno estratto), ecco che lo spettacolo si fa direttamente sotto i nostri occhi. Ed è un autentico spasso, perché il pubblico è continuamente coinvolto in un continuo scambio di battute diverso di sera in sera.
Lascio a voi il gusto di scoprire il canovaccio della serata, una travolgente scaletta che spazia dal recentissimo medley sulle canzoni vincitrici del Festival di Sanremo, ad una esilarante parodia dei tre tenorini de Il Volo, alla X-Factoria Ia-Ia-O, ad uno spassoso FestivalZar con le (antiche) glorie canore nazionali emigrate nei Paesi Baltici, e tanto, tanto, tanto ancora.
Preparatevi, perché uscirete dallo show spossati e contenti.
Mi rendo conto di non aver nominato nessuno degli Oblivion. Ma mi sono sforzato di scrivere quello che gli altri non scrivono mai, e gli altri li nominano sempre. Perciò...
17 gennaio 2016
Billy Elliot, emozioni senza fine
Sarà che da quando sono padre certe situazioni mi toccano nel profondo, ma quando Billy estrae la lettera che sua madre gli aveva scritto per quando fosse diciottenne, la dà alla maestra di danza affinché la leggesse, e compare in scena lo spirito della madre morta a cantare e leggere con loro... bè, come si fa a non commuoversi e a trattenere le lacrime?
Ed ero pure in buona compagnia, visto che buona parte della platea singhiozzava e si asciugava gli occhi.
Stiamo parlando ovviamente di Billy Elliot, uno dei musical più amati al mondo, che in questi giorni ha fatto tappa al Politeama Rossetti di Trieste con il tour italiano dell’allestimento adattato e diretto da Massimo Romeo Piparo. Uno dei successi della scorsa e attuale stagione, dal debutto al Sistina nel maggio 2015, che ha consacrato il giovane Alessandro Frola (figlio d’arte, proviene da una famiglia di etoile e ballerini) piccola star nel ruolo del protagonista.
Nella recita vista ieri pomeriggio i ruoli principali erano tenuti dai sostituti: Christian Roberto (Billy), Arcangelo Ciulla (Michael, l’amico di Billy che gioca con le Barbie e ama vestirsi con abiti femminili), Elisabetta Tulli nel panni dell’insegnante di danza Mrs. Wilkinson, Sabrina Marciano in quelli della madre defunta.
Nonostante l’allestimento sia diverso dall’originale inglese, e le coreografie del giovane Billy ridotte (la famosa e iconica sequenza con le sedie rotanti e Billy volante, quando il protagonista è affiancato da sé stesso adulto sulle note del Lago dei Cigni, è sostituita da altri espedienti scenici, efficaci in egual misura), il musical funziona: emoziona, diverte, commuove dall’inizio alla fine. Gli si perdona qualche caduta di stile e qualche ammiccamento di troppo alla platea, ma le scene corali e di massa sono gestite bene, e Piparo riesce a rendere con maestria l’atmosfera di una periferia degradata alle prese con lo sciopero dei minatori in epoca thatcheriana, di una società allo sbando, di un quadro familiare violento che non capisce subito le vere aspirazioni di un dodicenne mandato a lezioni di boxe con l’amico effeminato perché così si diventa veri uomini.
Luca Biagini tratteggia un padre tormentato, mentre a Cristina Noci è affidato il ruolo di una spassosissima e finta tonta Nonna; Elisabetta Tulli è una convincente Mrs. Wilkinson, l’insegnante di danza che saprà riconoscere il talento del giovane Billy, mentre Jacopo Pelliccia interpreta bene lo spaesato e goffo insegnante di boxe. Maurizio Semeraro, nonostante la stazza, stupisce tutti con la grazia e i passi di danza nel suo ruolo del pianista Mr. Braithwaite. Donato Altomare è Tony, l’idealista fratello di Billy, e tanti applausi se li merita, come dicevamo, il giovane Arcangelo Ciulla nei panni di Michael, scontata l'ovazione per Christian Roberto.
Le stelle sulla volta del Rossetti che si accendono nei momenti giusti, fanno il resto. Una storia solida, musiche di Elton John che si lasciano ascoltare e toccano picchi di emozione assoluta, scenografie efficaci, audio ben bilanciato (non c’è l’orchestra dal vivo, sarebbe stato un punto in più, sicuramente): sono tanti i motivi per non farsi scappare questo show, anche senza sedie rotanti e Billy volanti. Se per vedere i grandi titoli del musical internazionale in Italia dobbiamo accontentarci di versioni non-replica... se sono fatte bene così, ben vengano.
Le stelle sulla volta del Rossetti che si accendono nei momenti giusti, fanno il resto. Una storia solida, musiche di Elton John che si lasciano ascoltare e toccano picchi di emozione assoluta, scenografie efficaci, audio ben bilanciato (non c’è l’orchestra dal vivo, sarebbe stato un punto in più, sicuramente): sono tanti i motivi per non farsi scappare questo show, anche senza sedie rotanti e Billy volanti. Se per vedere i grandi titoli del musical internazionale in Italia dobbiamo accontentarci di versioni non-replica... se sono fatte bene così, ben vengano.
06 febbraio 2015
Un posto a tavola? Per tutti!
Trieste, Politeama Rossetti, 5 febbraio 2015 - A volte li clonano. I Johnny Dorelli. Va bene che la partitura era stata pensata e scritta dal maestro Trovajoli proprio per lo showman che poi l'avrebbe interpretata per centinaia di repliche; ma sentire cantare Gabriele De Guglielmo, il giovane performer che interpreta Don Silvestro, a cui si deve - con il regista Fabrizio Angelini - l'idea di portare in scena questo nuovo allestimento di Aggiungi un Posto a Tavola, sembra quasi di trovarsi di fronte ad un giovane Dorelli.
E vengono subito in mente i grandi spettacoli del sabato sera degli anni Settanta, ad una televisione ancora in bianco e nero, ma anche per questo fatta con cura, amore, intelligenza, rispetto per il pubblico, e idee. Soprattutto idee. Perché il colore non si vedeva, bisognava immaginarlo e saperlo rendere anche con le sfumature di grigio. Qui ci sono le mille sfumature del legno, perché si parla di Aggiungi un Posto a Tavola, di una commedia musicale che parla di arche da costruire, di diluvi universali imminenti, dei tormenti e delle ipocrisie del clero, ma anche di amore, brava gente, buoni sentimenti. E c'è una brava e giovane compagnia, la Compagnia dell'Alba di Ortona, che con tenacia e convinzione è riuscita, tre anni fa, a farsi concedere i diritti per questa produzione di una delle commedie musicali di Garinei & Giovannini più famose, amate e rappresentate nel mondo.
Bisognava farla esattamente così come andava fatta: come l'originale, più piccola nelle scene - ispirate a quelle storiche di Coltellacci - per poterla portare anche nei teatri di provincia. Magari rinfrescare le coreografie, perché "Aggiungi è come Cats: hanno provato a cambiare la danza, ma non è più la stessa cosa", come mi raccontava dietro le quinte Simona Patitucci, travolgente Consolazione di questa edizione in tour. "La gente che affolla gli spettacoli ogni sera, in fondo vuole proprio questo. Vuole quello spettacolo. Perché cambiare?"
Stanco, ma soddisfattissimo, anche Fabrizio Angelini. "Dedichiamo queste recite a Pietro Garinei, nato proprio a Trieste, e che avrebbe compiuto gli anni proprio il 1° febbraio", racconta alla platea alla fine della prima, applauditissima, triestina. E poi, dietro le quinte: "E' una gran fatica. Portiamo in giro per l'Italia 30 persone. Ma credimi, è una grande, grande soddisfazione. E se ci vengono riconfermati i diritti, molto probabilmente proseguiremo anche il prossimo anno; abbiamo dato, investito e creduto talmente tanto nel primo anno di tour, che questo secondo è più facile e ragionato. E i risultati si vedono"
Angelini si ritaglia la macchiettistica parte del Sindaco Crispino, Carolina Ciampoli è una dolce e convincente Clementina, la giovane figlia del sindaco innamorata di Don Silvestro, mentre Gaetano Cespa è un ingenuo, ma determinato, Toto.
Tutti all'altezza, nel canto come nelle coreografie, gli altri protagonisti. E lo spettacolo, complice anche il cielo stellato del Rossetti che ancora una volta si fa scenografia aggiunta nella scena della notte degli amori... fila via con grazia, divertimento, poesia.
Il folto pubblico, con tantissimi giovani studenti tra le fila, apprezza e ride alle battute semplici e magari un po' naif, come vuole il copione. Ma l'arrivo in scena della colomba (la voce di Dio è del bravo Tommaso Di Giorgio) coglie ancora di sorpresa chi non conosce il finale di questa bella e godibilissima commedia ormai intramontabile, in scena a Trieste fino a domenica 8 febbraio. Da non perdere: info e biglietti ancora disponibili.
E vengono subito in mente i grandi spettacoli del sabato sera degli anni Settanta, ad una televisione ancora in bianco e nero, ma anche per questo fatta con cura, amore, intelligenza, rispetto per il pubblico, e idee. Soprattutto idee. Perché il colore non si vedeva, bisognava immaginarlo e saperlo rendere anche con le sfumature di grigio. Qui ci sono le mille sfumature del legno, perché si parla di Aggiungi un Posto a Tavola, di una commedia musicale che parla di arche da costruire, di diluvi universali imminenti, dei tormenti e delle ipocrisie del clero, ma anche di amore, brava gente, buoni sentimenti. E c'è una brava e giovane compagnia, la Compagnia dell'Alba di Ortona, che con tenacia e convinzione è riuscita, tre anni fa, a farsi concedere i diritti per questa produzione di una delle commedie musicali di Garinei & Giovannini più famose, amate e rappresentate nel mondo.
Bisognava farla esattamente così come andava fatta: come l'originale, più piccola nelle scene - ispirate a quelle storiche di Coltellacci - per poterla portare anche nei teatri di provincia. Magari rinfrescare le coreografie, perché "Aggiungi è come Cats: hanno provato a cambiare la danza, ma non è più la stessa cosa", come mi raccontava dietro le quinte Simona Patitucci, travolgente Consolazione di questa edizione in tour. "La gente che affolla gli spettacoli ogni sera, in fondo vuole proprio questo. Vuole quello spettacolo. Perché cambiare?"
Stanco, ma soddisfattissimo, anche Fabrizio Angelini. "Dedichiamo queste recite a Pietro Garinei, nato proprio a Trieste, e che avrebbe compiuto gli anni proprio il 1° febbraio", racconta alla platea alla fine della prima, applauditissima, triestina. E poi, dietro le quinte: "E' una gran fatica. Portiamo in giro per l'Italia 30 persone. Ma credimi, è una grande, grande soddisfazione. E se ci vengono riconfermati i diritti, molto probabilmente proseguiremo anche il prossimo anno; abbiamo dato, investito e creduto talmente tanto nel primo anno di tour, che questo secondo è più facile e ragionato. E i risultati si vedono"
Angelini si ritaglia la macchiettistica parte del Sindaco Crispino, Carolina Ciampoli è una dolce e convincente Clementina, la giovane figlia del sindaco innamorata di Don Silvestro, mentre Gaetano Cespa è un ingenuo, ma determinato, Toto.
Tutti all'altezza, nel canto come nelle coreografie, gli altri protagonisti. E lo spettacolo, complice anche il cielo stellato del Rossetti che ancora una volta si fa scenografia aggiunta nella scena della notte degli amori... fila via con grazia, divertimento, poesia.
Il folto pubblico, con tantissimi giovani studenti tra le fila, apprezza e ride alle battute semplici e magari un po' naif, come vuole il copione. Ma l'arrivo in scena della colomba (la voce di Dio è del bravo Tommaso Di Giorgio) coglie ancora di sorpresa chi non conosce il finale di questa bella e godibilissima commedia ormai intramontabile, in scena a Trieste fino a domenica 8 febbraio. Da non perdere: info e biglietti ancora disponibili.
23 gennaio 2015
Dopo 40 anni, sempre Superstar
Trieste, Politeama Rossetti, 21 gennaio 2015 - Partiamo dal fondo. Il vero spettacolo di questo Jesus Christ Superstar targato Massimo Piparo, va in scena nel foyer DOPO lo spettacolo, quando decine e decine di fan attendono con pazienza e trepidazione l'arrivo del mito in persona: Ted Neeley. Per i pochi che ancora non lo sapessero, è l'interprete originale di Jesus nella celeberrima (orrenda parola) versione cinematografica dell'opera rock di Webber e Rice che più di ogni altra è entrata nell'immaginario collettivo, influenzando in modo più o meno marcato ogni rilettura successiva dell'opera stessa.
Ted Neeley, ultrasettantenne in splendida forma, si concede a tutti gli spettatori come se li conoscesse da sempre, uno a uno: non si limita ad una foto veloce o ad una stretta di mano, e avanti il prossimo; no, chiacchiera, domanda, si stupisce, firma autografi, scrive dediche, si presta ad ogni inquadratura e si assicura che ogni scatto sia venuto bene. Uno, due, tre, cinque minuti a fan. Non stupisce che questi incontri post-show durino un paio d'ore alla volta, ed è quasi commovente vedere l'umiltà e la pazienza di questa autentica icona del teatro musicale alle prese con schiere sterminate di appassionati in fervida devozione.
A me ha stretto la mano cinque volte, prima di lasciarmi andare, e non prima di aver risposto in modo estremamente esauriente alla domanda posta da Enrico Comar, uno dei bravi collaboratori di Amici del Musical ("That's amazing", ha pure esclamato felice Ted, quando gli abbiamo rivelato che eravamo lì per il nostro network di appassionati), centrata sul perché il musical finisse con la crocifissione di Cristo. "E' semplicemente perché Tim Rice e Webber hanno voluto raccontare gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù Cristo, proprio dal punto di vista umano." Ha risposto con pacatezza. "E' solo dopo averlo crocifisso, che si chiedono se c'era davvero qualcosa di divino in lui."
Certo, la geniale operazione di marketing della nostalgia messa in piedi da Piparo funziona alla grande (nei mesi scorsi al Sistina di Roma si è svolta la reunion con altri due interpreti storici del film: Yvonne Elliman - Mary Magdalene e Berry Dennen - Pilate; ma quindici anni fa aveva portato in scena il Judas di Carl Anderson), e anche il pubblico triestino ha risposto con un teatro Rossetti strapieno, spettatori in autentico visibilio e standing ovation finale (fino al 25 gennaio, ancora pochissimi posti disponibili qui).
Se il cast è davvero all'altezza, capitanato dalla superstar Neeley che ancora sfodera gli acuti - magari smorzati - per il quale è diventato così famoso, non si può dire la stessa cosa della regia di Piparo, molte volte confusa, e del pessimo bilanciamento dell'audio: l'orchestra dal vivo, condotta con energia da Emanuele Friello, copriva in modo assordante gran parte delle voci e dei cori, spesso sovrastati completamente. Ed è un vero peccato, perché la partitura di Webber è un capolavoro di rimandi, stili diversi e sonorità rarefatte che ieri sera si sono perse in gran parte.
Il grande videowall a led che costituisce gran parte della scenografia ideata da Teresa Caruso, assieme all'immancabile scalinata, alla pedana rotante che accoglie parte dell'orchestra e alle inevitabili impalcature (non ricordo allestimento di JCS che non avesse almeno uno di questi elementi), contestualizza i testi di Rice ai versetti dei vangeli dai quali sono tratti, in una sorta di metasopratitoli, e si presta alla parata delle immagini di tutti gli orrori del mondo che ormai sono diventati la cifra registica di questi venti anni di JCS durante il brano finale Superstar (l'uso della videocamera e l'ingresso in platea dal foyer di Judas e Jesus benedicente fa sempre il suo gran effetto).
Il resto del cast, dicevamo. Feysal Borciani (Judas) sembra Carl Anderson da giovane, del resto è stato scelto da Neeley e Piparo tra 500 candidati anche per questo, oltre che naturalmente per la bravura che infonde nel ruolo. Simona Distefano, voce eccezionale, incarna una Mary Magdalene dolcissima. Emiliano Geppetti è un Pilato tormentato, Claudio Compagno è convincente nel doppio ruolo di Simon Zealotes e Pietro, Salvador Axel Torrisi interpreta con divertita ironia un Erode che sembra uscito da Shrek, mentre la coppia Francesco Mastroianni - Caiaphas e Paride Acacia - Hannas fanno faville nei loro costumi da sacerdoti. Discepoli, popolo, mangiafuoco e trampolieri si muovono con instancabile precisione ed energia agli ordini di Roberto Croce. Ottimo il disegno luci di Umile Vainieri, e bella l'idea delle spade luminose che sembrano fendere l'aria a ritmo di musica.
Nonostante i tantissimi fan e conoscitori della partitura a memoria, in questi 40 anni nessuno ha però ancora capito che non si applaude in mezzo a Gethsemane.
Ted Neeley, ultrasettantenne in splendida forma, si concede a tutti gli spettatori come se li conoscesse da sempre, uno a uno: non si limita ad una foto veloce o ad una stretta di mano, e avanti il prossimo; no, chiacchiera, domanda, si stupisce, firma autografi, scrive dediche, si presta ad ogni inquadratura e si assicura che ogni scatto sia venuto bene. Uno, due, tre, cinque minuti a fan. Non stupisce che questi incontri post-show durino un paio d'ore alla volta, ed è quasi commovente vedere l'umiltà e la pazienza di questa autentica icona del teatro musicale alle prese con schiere sterminate di appassionati in fervida devozione.
A me ha stretto la mano cinque volte, prima di lasciarmi andare, e non prima di aver risposto in modo estremamente esauriente alla domanda posta da Enrico Comar, uno dei bravi collaboratori di Amici del Musical ("That's amazing", ha pure esclamato felice Ted, quando gli abbiamo rivelato che eravamo lì per il nostro network di appassionati), centrata sul perché il musical finisse con la crocifissione di Cristo. "E' semplicemente perché Tim Rice e Webber hanno voluto raccontare gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù Cristo, proprio dal punto di vista umano." Ha risposto con pacatezza. "E' solo dopo averlo crocifisso, che si chiedono se c'era davvero qualcosa di divino in lui."
Certo, la geniale operazione di marketing della nostalgia messa in piedi da Piparo funziona alla grande (nei mesi scorsi al Sistina di Roma si è svolta la reunion con altri due interpreti storici del film: Yvonne Elliman - Mary Magdalene e Berry Dennen - Pilate; ma quindici anni fa aveva portato in scena il Judas di Carl Anderson), e anche il pubblico triestino ha risposto con un teatro Rossetti strapieno, spettatori in autentico visibilio e standing ovation finale (fino al 25 gennaio, ancora pochissimi posti disponibili qui).
Se il cast è davvero all'altezza, capitanato dalla superstar Neeley che ancora sfodera gli acuti - magari smorzati - per il quale è diventato così famoso, non si può dire la stessa cosa della regia di Piparo, molte volte confusa, e del pessimo bilanciamento dell'audio: l'orchestra dal vivo, condotta con energia da Emanuele Friello, copriva in modo assordante gran parte delle voci e dei cori, spesso sovrastati completamente. Ed è un vero peccato, perché la partitura di Webber è un capolavoro di rimandi, stili diversi e sonorità rarefatte che ieri sera si sono perse in gran parte.
Il grande videowall a led che costituisce gran parte della scenografia ideata da Teresa Caruso, assieme all'immancabile scalinata, alla pedana rotante che accoglie parte dell'orchestra e alle inevitabili impalcature (non ricordo allestimento di JCS che non avesse almeno uno di questi elementi), contestualizza i testi di Rice ai versetti dei vangeli dai quali sono tratti, in una sorta di metasopratitoli, e si presta alla parata delle immagini di tutti gli orrori del mondo che ormai sono diventati la cifra registica di questi venti anni di JCS durante il brano finale Superstar (l'uso della videocamera e l'ingresso in platea dal foyer di Judas e Jesus benedicente fa sempre il suo gran effetto).
Il resto del cast, dicevamo. Feysal Borciani (Judas) sembra Carl Anderson da giovane, del resto è stato scelto da Neeley e Piparo tra 500 candidati anche per questo, oltre che naturalmente per la bravura che infonde nel ruolo. Simona Distefano, voce eccezionale, incarna una Mary Magdalene dolcissima. Emiliano Geppetti è un Pilato tormentato, Claudio Compagno è convincente nel doppio ruolo di Simon Zealotes e Pietro, Salvador Axel Torrisi interpreta con divertita ironia un Erode che sembra uscito da Shrek, mentre la coppia Francesco Mastroianni - Caiaphas e Paride Acacia - Hannas fanno faville nei loro costumi da sacerdoti. Discepoli, popolo, mangiafuoco e trampolieri si muovono con instancabile precisione ed energia agli ordini di Roberto Croce. Ottimo il disegno luci di Umile Vainieri, e bella l'idea delle spade luminose che sembrano fendere l'aria a ritmo di musica.
Nonostante i tantissimi fan e conoscitori della partitura a memoria, in questi 40 anni nessuno ha però ancora capito che non si applaude in mezzo a Gethsemane.
05 gennaio 2015
Gli Addams, secondo me
Trieste, Politeama Rossetti, 3 gennaio 2015 - Premessa per i puristi e gli espertoni. Non conosco nulla del musical sulla famiglia Addams che ha debuttato a Broadway nel 2009, perciò sono andato a vedere la versione italiana con la mente sgombra, non aspettandomi nulla in particolare. E sapete cos'è successo? Mi sono divertito, e pure tanto.Nei mesi scorsi, dopo la premiere milanese, avevo letto pareri contraddittori, a volte molto duri, sull'esito di questo show nel suo adattamento nostrano. Non c'erano vie di mezzo: trionfo o stroncatura; e invece, la verità, secondo me, sta proprio a metà. A fine serata mi sono chiesto se senza Elio e Geppi Cucciari, che ovviamente interpretano Gomez e Morticia Addams, il musical avrebbe potuto avere la stessa risonanza mediatica e lo stesso seguito che ha avuto fin qui (le cifre ufficiali parlano di 50.000 spettatori a Milano, e del resto alla prima al Rossetti il teatro era quasi esaurito), e sinceramente penso di no. Tuttavia Giorgio Gallione, il regista, ha visto giusto: a sentire i commenti e le aspettative del folto pubblico in attesa di entrare in sala, tanti erano lì proprio per vedere i loro beniamini musical-televisivi alla prova del palcoscenico.
Anticonformisti e spiazzanti nei loro rispettivi ruoli per cui sono conosciuti sulle scene e in tv, Elio e Geppi Cucciari tratteggiano a loro modo i loro alias teatrali, pur offrendone una lettura distante anni luce dagli Addams che conosciamo e ricordiamo dalla storica serie in bianco e nero o dai cartoni creati da Charles Addams nei lontani anni Trenta.
L'algida classe di Morticia si stempera nelle prorompenti e fasciate forme di Geppi, ma non la sua tagliente ironia (anche se qualche battuta greve la Morticia storica non l'avrebbe certo fatta); e la stralunata verve istrionica e spagnoleggiante di Gomez sono declinate secondo il sense of humour e il tocco nonsense di Elio. La coppia funziona, attorniata da un cast di prim'ordine capitanato dalla professionalità, dalla voce e dalla presenza scenica di Pierpaolo Lopatriello, nei panni di zio Fester. Sorta di guida e voce narrante della storia, Lopatriello rompe spesso la "quarta parete" rivolgendosi direttamente al pubblico e offrendo uno dei momenti più lirici e toccanti dello show, quando canta alla "sua" luna di cui è perdutamente innamorato.
L'altra bella sorpresa dello show è la giovane Giulia Odetto nei panni di Mercoledì: bella voce, ben impostata, e padronanza del personaggio assai schizofrenico che deve interpretare (le avremo portato fortuna intervistandola come "duemillesima" amica del musical per la nostra webzine?). La stessa cosa si può dire dell'enorme e baritonale Filippo Musenga nei panni di Lurch: il frankesteiniano maggiordomo di casa Addams non poteva essere migliore. Sergio Mancinelli interpreta un'inedita Nonna Addams con sgraziata ed esilarante mascolinità. Ben assortito anche il team della famiglia Beineke, contraltare "normale" degli Addams alle prese con le loro stranezze e diavolerie, con i bravi Andrea Spina (papà Mal), Clara Maselli (mamma Alice) e Paolo Avanzini, il giovane Lucas per il quale Mercoledì perde la testa e porta lo scompiglio in famiglia annunciando di volerlo sposare. Il giovanissimo Emanuele Ghizzinardi sembra a suo agio nei panni scomodi del tormentato piccolo masochista Pugsley.
Il resto del cast, dicevamo, è parimenti all'altezza negli eccentrici e originali costumi di Antonio Marras; le scene di Guido Fiorato sembrano ispirate ai quadri di Dührer, e le luci di Marco Filibeck suggeriscono le atmosfere gotiche giuste, amplificate da nebbie, fumi e fondali che richiamano le macchie d'inchiostro di Rorschach.Le musiche di Andrew Lippa sono godibili, in alcuni momenti richiamano alla mente qualche quadro da Sweeney Todd, ma nulla di eccezionale e memorabile; l'adattamento in italiano di Stefano Benni funziona - almeno per chi, come me, non conosce il testo inglese - perseguendo la via della battuta facile e a volte greve.
Le coreografie di Giovanni Di Cicco richiamano alla memoria le movenze zombesche dell'incipit di Elisabeth, specie nel primo quadro quando la famiglia e tutti i loro antenati si presentano al pubblico.
Il celebre schiocco di dita che per anni ha accompagnato la celeberrima melodia degli Addams, si sente solo nei primissimi secondi dell'ouverture, e poi nel finale, tanto per inquadrare lo show; e Mano e il peloso cugino Itt rimangono a margine. Qualche lungaggine nei cambi scena non fa perdere troppo il ritmo al musical, che rimane godibile e fa divertire per due ore e mezza.
Al Politeama Rossetti fino all'11 gennaio, se potete, andateci.
26 marzo 2014
Cats... the memory returns!
Trieste, 22 marzo 2014. - Forse era scritto nelle stelle, quelle che brillano sulla volta del Rossetti di Trieste: non potevo saltare questo appuntamento con il ritorno di Cats in Italia. Tanto più che avevo tre motivi in più per rivederlo: uno, la presenza di Filippo Strocchi - unico italiano nel cast internazionale - nella parte ruffiana e cucita addosso a lui di Rum Tum Tugger.
Due, a interpretare Grizabella c'era Joanna Ampil: chi è appassionato di musical sa che "mostro sacro" sia Joanna Ampil.
Tre, volevo che le mie bimbe Beatrice e Sofia, 6 e 3 anni rispettivamente, rimanessero incantate - come me a suo tempo - di fronte a questa pietra miliare del musical moderno. Il giorno della prima triestina - di questo piccolo tour che ha toccato solamente il capoluogo giuliano (dopo lo strabordante successo del 2008) e Milano al Teatro Arcimboldi - ero però in trasferta di lavoro al Winter Garden Hotel di Bergamo.
Primo segnale: il Winter Garden è il teatro di Broadway dove Cats fece il suo debutto americano nel lontanissimo 1982. Per tutta una serie di motivi che non sto a spiegare, avevo dovuto rinunciare ai quattro biglietti già prenotati per la replica di sabato pomeriggio. Ma evidentemente il destino la pensava diversamente: una telefonata di una cara amica mi spinse a riconsiderare la cosa, e vedere uno spiraglio, almeno per me e Beatrice. Due biglietti in quarta fila spuntarono fuori, più per fortuna che per giudizio. A quel punto mia moglie sbottò: e cosa, solo tu e Beatrice? Ed io e Sofia?!? Passai un brutto quarto d'ora il sabato mattina: ma il caso volle (secondo segnale) che proprio il 22 marzo fosse il compleanno di Andrew Lloyd Webber, l'autore delle musiche di Cats. A volte le coincidenze non capitano a caso. E così, altri due biglietti in platea, lateralissimi e in fondo, ma veramente gli ultimissimi disponibili, erano lì per noi.
Che dire: risultato raggiunto appieno. Vuoi la magia della grande sala del teatro, con le stelle e le nuvole sul soffitto, vuoi la scenografia che straborda dal palco per invadere la platea, vuoi la grande luna piena sullo sfondo... Beatrice e Sofia son rimaste a bocca aperta. E appena le luci si sono abbassate, e i micioni hanno cominciato a sbucare da ogni dove, passando proprio accanto a Beatrice... patatràc! L'incanto è iniziato.
Nonostante i suoi 33 anni di vita, Cats rimane un musical assolutamente moderno, e ancora innovativo e strabiliante agli occhi di chi non l'ha mai visto e anche di chi l'ha già visto una, due, cinque, dieci volte. Nonostante le coreografie gattesche, nonostante i costumi attilati che fanno sempre molto anni Ottanta, nonostante l'enorme discarica, immobile e immutabile. Eppure, il fascino e la magia che la musica, i testi, la regia, le movenze feline e le continue invasioni dei gattoni in platea e i loro ammiccamenti al pubblico (i bambini in autentico visibilio, ovunque) sanno creare ad ogni recita, è innegabile.
Pur con un allestimento leggermente modificato rispetto all'originale (manca il trapezio dove qualche gatto volteggia, e anche la scalinata finale che scende dal cielo è sostituita da una meno affascinante navicella volante travestita da nuvoletta), e orchestrazioni riviste in chiave metal-sintetica (eh sì, la differenza si sente), Cats ormai è un grande classico che ad ogni visione regala spunti inediti e nuovi dettagli da scoprire e riscoprire.
Certo, il grande punto di forza di questo show son proprio i performer, che instancabili ballano, saltano, sgambettano, fanno le fusa e mille acrobazie che il palco sembra davvero troppo stretto per contenerli tutti.
Audio impeccabile. Disegno luci da urlo. Sarà stata la commozione per vedere mia figlia accanto così eccitata e coinvolta, saranno state le musiche, sarà stato quello che volete, ma buona parte del primo atto l'ho passata con gli occhi lucidi, e magari qualche sbavatura l'ho persa. Ma sarebbe come cercare un ago in un pagliaio.
Tra i momenti che amo di più, oltre l'ouverture, certamente il brano del buongustaio Bustopher Jones, le moine e ammiccamenti di Rum Tum Tugger, l'arrivo di Old Deuteronomy, la ripresa mistica-corale di Memory all'inizio del secondo atto, il gatto teatrante Gus col suo splendido duetto The ballad of Billy McCaw, la locomotiva che i gatti compongono per Skimbleshanks, il magico soffio sulla mano col quale Mr. Mistoffelees spegne gradatamente tutte le luci e le lucine del teatro (effetto che si perde dalle prime file in platea!), e, naturalmente, Memory. Un brano al quale sono particolarmente legato, perché l'ho sempre amato fin da quando non avevo la più pallida idea che fosse la canzone più bella di tutte in un musical che ho imparato ad apprezzare col tempo.
L'immagine che serberò tra tutte, però, è il momento in cui Munkustrup è sceso in platea e tra tutti i bambini, ha individuato proprio Beatrice: le si è avvicinato sempre guardandola negli occhi, con quel fare felino che ti sembra proprio di avere un gatto davanti, Beatrice si è alzata, i due hanno avvicinato le teste... e hanno fatto "naso-naso"!
Per un attimo si è persino dimenticata di essersi innamorata di Filippo Strocchi - Rum Tum Tugger...
*** SPOILER *** Menzione speciale alle liriche italiane di Franco Travaglio, che a sorpresa irrompono alla ripresa del secondo atto, e ti fanno pensare: ma guarda te, questo show avrebbe ancora un potenziale enorme, nell'allestimento originale e l'adattamento in italiano. Vincessi quei 50 milioni di euro al Superenalotto, lo produrrei io. *** / SPOILER ***
Due, a interpretare Grizabella c'era Joanna Ampil: chi è appassionato di musical sa che "mostro sacro" sia Joanna Ampil.
Tre, volevo che le mie bimbe Beatrice e Sofia, 6 e 3 anni rispettivamente, rimanessero incantate - come me a suo tempo - di fronte a questa pietra miliare del musical moderno. Il giorno della prima triestina - di questo piccolo tour che ha toccato solamente il capoluogo giuliano (dopo lo strabordante successo del 2008) e Milano al Teatro Arcimboldi - ero però in trasferta di lavoro al Winter Garden Hotel di Bergamo.
Primo segnale: il Winter Garden è il teatro di Broadway dove Cats fece il suo debutto americano nel lontanissimo 1982. Per tutta una serie di motivi che non sto a spiegare, avevo dovuto rinunciare ai quattro biglietti già prenotati per la replica di sabato pomeriggio. Ma evidentemente il destino la pensava diversamente: una telefonata di una cara amica mi spinse a riconsiderare la cosa, e vedere uno spiraglio, almeno per me e Beatrice. Due biglietti in quarta fila spuntarono fuori, più per fortuna che per giudizio. A quel punto mia moglie sbottò: e cosa, solo tu e Beatrice? Ed io e Sofia?!? Passai un brutto quarto d'ora il sabato mattina: ma il caso volle (secondo segnale) che proprio il 22 marzo fosse il compleanno di Andrew Lloyd Webber, l'autore delle musiche di Cats. A volte le coincidenze non capitano a caso. E così, altri due biglietti in platea, lateralissimi e in fondo, ma veramente gli ultimissimi disponibili, erano lì per noi.
Che dire: risultato raggiunto appieno. Vuoi la magia della grande sala del teatro, con le stelle e le nuvole sul soffitto, vuoi la scenografia che straborda dal palco per invadere la platea, vuoi la grande luna piena sullo sfondo... Beatrice e Sofia son rimaste a bocca aperta. E appena le luci si sono abbassate, e i micioni hanno cominciato a sbucare da ogni dove, passando proprio accanto a Beatrice... patatràc! L'incanto è iniziato.
Nonostante i suoi 33 anni di vita, Cats rimane un musical assolutamente moderno, e ancora innovativo e strabiliante agli occhi di chi non l'ha mai visto e anche di chi l'ha già visto una, due, cinque, dieci volte. Nonostante le coreografie gattesche, nonostante i costumi attilati che fanno sempre molto anni Ottanta, nonostante l'enorme discarica, immobile e immutabile. Eppure, il fascino e la magia che la musica, i testi, la regia, le movenze feline e le continue invasioni dei gattoni in platea e i loro ammiccamenti al pubblico (i bambini in autentico visibilio, ovunque) sanno creare ad ogni recita, è innegabile.
Pur con un allestimento leggermente modificato rispetto all'originale (manca il trapezio dove qualche gatto volteggia, e anche la scalinata finale che scende dal cielo è sostituita da una meno affascinante navicella volante travestita da nuvoletta), e orchestrazioni riviste in chiave metal-sintetica (eh sì, la differenza si sente), Cats ormai è un grande classico che ad ogni visione regala spunti inediti e nuovi dettagli da scoprire e riscoprire.
Certo, il grande punto di forza di questo show son proprio i performer, che instancabili ballano, saltano, sgambettano, fanno le fusa e mille acrobazie che il palco sembra davvero troppo stretto per contenerli tutti.
Audio impeccabile. Disegno luci da urlo. Sarà stata la commozione per vedere mia figlia accanto così eccitata e coinvolta, saranno state le musiche, sarà stato quello che volete, ma buona parte del primo atto l'ho passata con gli occhi lucidi, e magari qualche sbavatura l'ho persa. Ma sarebbe come cercare un ago in un pagliaio.
Tra i momenti che amo di più, oltre l'ouverture, certamente il brano del buongustaio Bustopher Jones, le moine e ammiccamenti di Rum Tum Tugger, l'arrivo di Old Deuteronomy, la ripresa mistica-corale di Memory all'inizio del secondo atto, il gatto teatrante Gus col suo splendido duetto The ballad of Billy McCaw, la locomotiva che i gatti compongono per Skimbleshanks, il magico soffio sulla mano col quale Mr. Mistoffelees spegne gradatamente tutte le luci e le lucine del teatro (effetto che si perde dalle prime file in platea!), e, naturalmente, Memory. Un brano al quale sono particolarmente legato, perché l'ho sempre amato fin da quando non avevo la più pallida idea che fosse la canzone più bella di tutte in un musical che ho imparato ad apprezzare col tempo.
L'immagine che serberò tra tutte, però, è il momento in cui Munkustrup è sceso in platea e tra tutti i bambini, ha individuato proprio Beatrice: le si è avvicinato sempre guardandola negli occhi, con quel fare felino che ti sembra proprio di avere un gatto davanti, Beatrice si è alzata, i due hanno avvicinato le teste... e hanno fatto "naso-naso"!
Per un attimo si è persino dimenticata di essersi innamorata di Filippo Strocchi - Rum Tum Tugger...
*** SPOILER *** Menzione speciale alle liriche italiane di Franco Travaglio, che a sorpresa irrompono alla ripresa del secondo atto, e ti fanno pensare: ma guarda te, questo show avrebbe ancora un potenziale enorme, nell'allestimento originale e l'adattamento in italiano. Vincessi quei 50 milioni di euro al Superenalotto, lo produrrei io. *** / SPOILER ***
11 maggio 2013
Priscilla, esageratamente esagerato!
Trieste, 10 maggio 2013. - Non so se l'aggettivo più appropriato per descrivere questo musical sia "enorme" o "esagerato". Forse entrambi. Anzi, sicuramente entrambi. Priscilla è una bomba di musica e colore, di esuberanza e vitalità, di humor e sentimento, in una confezione così tremendamente kitsch e sempre sopra le righe da risultare irresistibile.
Il coloratissimo e sgangherato bus chiamato Priscilla ha fatto tappa al Rossetti di Trieste per la terza e ultima tappa di questo tour che ha toccato solamente Milano, dove è rimasto un anno, e Roma, con esiti sbalorditivi. Del resto l'allestimento era stato pensato per essere stanziale, e si vede: un investimento ingente, ma quando ci si trova di fronte ad una scelta del genere, o si fanno le cose bene, o si rischia di scadere nel ridicolo.
Priscilla prende il via dall'omonimo film australiano del 1994, una scatenata commedia che non risparmia nessun luogo comune sull'omosessualità, sul travestitismo, sulla transessualità, ma con una ingente dose di autoironia, li supera tutti. Una storia "on the road", un viaggio alla scoperta di sé: tre drag queen, ingaggiate per uno spettacolo, partono da Sidney alla volta di Alice Springs, in pieno deserto autraliano, a bordo di un bus chiamato "Priscilla" sgangherato ed eccentrico quanto loro. Come ogni storia "on the road" che si rispetti, non è tanto la meta che conta, quanto il viaggio stesso, fatto di incontri, scoperte, ostacoli. E alla meta, in ogni caso, i nostri protagonisti arriveranno cambiati, più consapevoli, e in qualche modo saranno premiati.
Mirco Ranù, un fascio di esuberanza e muscoli molto spesso in compiaciuta bella vista, è l'irriverente Adam/Felicia; Antonello Angiolillo dà corpo e voce al tormentato Tick/Mitzi, con un matrimonio fallito alle spalle e un bimbo finalmente da conoscere; Simone Leonardi interpreta Bernardette con grande eleganza e ironia.
A far da contrappunto e filo conduttore, le tre divas che volteggiano senza sosta appese in aria, in un allestimento sfarzoso che vede al centro della scena l'iconico bus che ruota e si apre per svelare di volta in volta l'interno, vero e proprio palcoscenico nel palcosenico.
Il punto di forza dello show, oltre all'irresistibile colonna sonora fatta di 25 hit della musica pop (si va da It's raining men a I say a little prayer, da I will survive a True colors, da Go west a What's love got to do with it) è naturalmente nei costumi e nei copricapo: esagerati, sgargianti, coloratissimi, ingombranti, quasi 500 creazioni incredibili che per essere capite e apprezzate bisognerebbe vedere il musical almeno una decina di volte.
Le battute al vetriolo non mancano, i doppi sensi abbondano, i corpi esibiti si fanno ammirare, le gag, anche amare, fanno riflettere, e la commozione qua e là fa capolino.
Ma tutto lo show è un inno alla vita, con i suoi lati luminosi e quelli un po' in ombra.
Il pubblico della prima triestina si fa travolgere dall'entusiasmo, e dona a tutto il cast una lunga standing ovation. C'è da augurarsi che tanto altro pubblico accorra ad applaudire, ridere, cantare con Priscilla, che rimane in città per un inedito mini-long running di 20 repliche, fino al 26 maggio.
info: http://www.ilrossetti.it/scheda_musical.asp?RecordID=4529
Il coloratissimo e sgangherato bus chiamato Priscilla ha fatto tappa al Rossetti di Trieste per la terza e ultima tappa di questo tour che ha toccato solamente Milano, dove è rimasto un anno, e Roma, con esiti sbalorditivi. Del resto l'allestimento era stato pensato per essere stanziale, e si vede: un investimento ingente, ma quando ci si trova di fronte ad una scelta del genere, o si fanno le cose bene, o si rischia di scadere nel ridicolo.
Priscilla prende il via dall'omonimo film australiano del 1994, una scatenata commedia che non risparmia nessun luogo comune sull'omosessualità, sul travestitismo, sulla transessualità, ma con una ingente dose di autoironia, li supera tutti. Una storia "on the road", un viaggio alla scoperta di sé: tre drag queen, ingaggiate per uno spettacolo, partono da Sidney alla volta di Alice Springs, in pieno deserto autraliano, a bordo di un bus chiamato "Priscilla" sgangherato ed eccentrico quanto loro. Come ogni storia "on the road" che si rispetti, non è tanto la meta che conta, quanto il viaggio stesso, fatto di incontri, scoperte, ostacoli. E alla meta, in ogni caso, i nostri protagonisti arriveranno cambiati, più consapevoli, e in qualche modo saranno premiati.
Mirco Ranù, un fascio di esuberanza e muscoli molto spesso in compiaciuta bella vista, è l'irriverente Adam/Felicia; Antonello Angiolillo dà corpo e voce al tormentato Tick/Mitzi, con un matrimonio fallito alle spalle e un bimbo finalmente da conoscere; Simone Leonardi interpreta Bernardette con grande eleganza e ironia.
A far da contrappunto e filo conduttore, le tre divas che volteggiano senza sosta appese in aria, in un allestimento sfarzoso che vede al centro della scena l'iconico bus che ruota e si apre per svelare di volta in volta l'interno, vero e proprio palcoscenico nel palcosenico.
Il punto di forza dello show, oltre all'irresistibile colonna sonora fatta di 25 hit della musica pop (si va da It's raining men a I say a little prayer, da I will survive a True colors, da Go west a What's love got to do with it) è naturalmente nei costumi e nei copricapo: esagerati, sgargianti, coloratissimi, ingombranti, quasi 500 creazioni incredibili che per essere capite e apprezzate bisognerebbe vedere il musical almeno una decina di volte.
Le battute al vetriolo non mancano, i doppi sensi abbondano, i corpi esibiti si fanno ammirare, le gag, anche amare, fanno riflettere, e la commozione qua e là fa capolino.
Ma tutto lo show è un inno alla vita, con i suoi lati luminosi e quelli un po' in ombra.
Il pubblico della prima triestina si fa travolgere dall'entusiasmo, e dona a tutto il cast una lunga standing ovation. C'è da augurarsi che tanto altro pubblico accorra ad applaudire, ridere, cantare con Priscilla, che rimane in città per un inedito mini-long running di 20 repliche, fino al 26 maggio.
info: http://www.ilrossetti.it/scheda_musical.asp?RecordID=4529
08 maggio 2013
Sugar, Priscilla, Kerry, Roberto
Posso ritenermi fortunato, anche se la mia vita teatrale è ridotta al lumicino.
Qualche settimana fa, approfittando di una trasferta a Torino, sono riuscito a vedere Sugar - A qualcuno piace caldo, nel nuovo allestimento di Federico Bellone. Credo sia stata una delle più divertenti esperienze teatrali della mia vita: ho riso praticamente dall'inizio alla fine. Merito di un copione "facile", passatemi il termine, che aveva in doppi sensi e battute grevi il punto di forza; ma merito soprattutto di un cast in stato di grazia, con Christian Ginepro e Pietro Pignatelli nei panni che al cinema furono di Jack Lemmon e Tony Curtis, e Justin Mattera nel ruolo calzato per lei a pennello, quello che fu di Marylin.
In una scenografia sospesa tra realtà e cinema, con divertenti e funzionali giochi e scambi tra i due piani, lo show passa allegro e spensierato. Il post-teatro, con la pizzata in compagnia del cast, ha suggellato una bella serata.
Venerdì, udite udite, torno invece a Trieste per il mio auto-regalo di compleanno: è di scena Priscilla, la regina del deserto. Vero trionfatore delle due passate stagioni teatrali, il mega-musical tutto lustrini, drag queen e pailettes, completo di autobus rosa, farà tappa al Rossetti per chiudere la stagione in bellezza con una lunga tenitura. Sperando che non si ripeta il mezzo flop di Elisabeth di un anno fa.
Ma la stagione estiva riserva ancora qualche botto clamoroso: a luglio arriveranno a Grado due leggende viventi della scena teatral-musicale, Kerry Ellis e Brian May, in un concerto-duetto che promette faville. E dulcis in fundo, in anteprima mondiale, il debutto del nuovo Roberto Bolle & Friends con l'etoile torinese ormai vero e proprio divo internazionale, in una serata-evento ospitata ancora una volta dal Rossetti.
Vi terrò aggiornati!
Qualche settimana fa, approfittando di una trasferta a Torino, sono riuscito a vedere Sugar - A qualcuno piace caldo, nel nuovo allestimento di Federico Bellone. Credo sia stata una delle più divertenti esperienze teatrali della mia vita: ho riso praticamente dall'inizio alla fine. Merito di un copione "facile", passatemi il termine, che aveva in doppi sensi e battute grevi il punto di forza; ma merito soprattutto di un cast in stato di grazia, con Christian Ginepro e Pietro Pignatelli nei panni che al cinema furono di Jack Lemmon e Tony Curtis, e Justin Mattera nel ruolo calzato per lei a pennello, quello che fu di Marylin.
In una scenografia sospesa tra realtà e cinema, con divertenti e funzionali giochi e scambi tra i due piani, lo show passa allegro e spensierato. Il post-teatro, con la pizzata in compagnia del cast, ha suggellato una bella serata.
Venerdì, udite udite, torno invece a Trieste per il mio auto-regalo di compleanno: è di scena Priscilla, la regina del deserto. Vero trionfatore delle due passate stagioni teatrali, il mega-musical tutto lustrini, drag queen e pailettes, completo di autobus rosa, farà tappa al Rossetti per chiudere la stagione in bellezza con una lunga tenitura. Sperando che non si ripeta il mezzo flop di Elisabeth di un anno fa.
Ma la stagione estiva riserva ancora qualche botto clamoroso: a luglio arriveranno a Grado due leggende viventi della scena teatral-musicale, Kerry Ellis e Brian May, in un concerto-duetto che promette faville. E dulcis in fundo, in anteprima mondiale, il debutto del nuovo Roberto Bolle & Friends con l'etoile torinese ormai vero e proprio divo internazionale, in una serata-evento ospitata ancora una volta dal Rossetti.
Vi terrò aggiornati!
04 marzo 2013
Sul lago ghiacciato
Trieste, 3 marzo 2013. In quel teatro abbiamo visto discariche a misura di gatto, isole greche, scacchiere giganti, residenze asburgiche; ma una vera pista da pattinaggio su ghiaccio, ancora no. Eppure è successo: per una settimana il Rossetti di Trieste ha ospitato, in esclusiva nazionale - ma visto lo strepitoso successo e la fattibilità della cosa, chissà che qualche altro grande teatro italiano lo riproponga in futuro - l'affascinante Swan Lake degli Imperial Ice Stars, con la regia e le coreografie di Tony Mercer.
Affascinante è proprio il termine appropriato: la grazia e l'eleganza del balletto classico sposano alla perfezione la tecnica, la fisicità e la leggerezza della danza su ghiaccio, in un mix esclusivo e dall'impatto visivo ed emozionale garantito. Roba da sorridere meravigliati da quando si alza il sipario fino alla scena finale.
Teatro gremito in ogni ordine di posti, pubblico dai 2 ai 99 anni, in autentico visibilio ed entusiasmo; anche le mie figlie, una di due anni e mezzo, l'altra di cinque e mezzo, non hanno staccato gli occhi dal palcoscenico per un attimo.
Gran parte del merito va sicuramente all'immortale partitura di Ciajkovskij, qui rivisitata e riveduta negli arrangiamenti, resi moderni e qui e là addirittura rockeggianti; ma anche l'impianto scenografico, delle semplici quinte dipinte con paesaggi invernali e fiabeschi - ora la silouette di un castello, ora le sponde del lago, ora un bosco innevato - fa degnamente la sua parte, impreziosito dal preciso disegno luci e da effetti nebbia sempre suggestivi. E l'apparizione delle ballerine-cigno, tra nebbie e penombre, con il tema musicale universalmente conosciuto, lascia esterefatti per l'incanto e la meraviglia. Costumi fastosi, ricchissimi.
Ovviamente le evoluzioni sui pattini dei performer danzatori, ex pattinatori che sotto la guida, tra gli altri, di Evgenj Platov - due volte medaglia d'oro per la danza su ghiaccio - danno vita ai personaggi della fiaba, completano ed esaltano lo show con espressività e stupefacente facilità.
Applausi scroscianti ed entusiastici per tutta la compagnia.
Affascinante è proprio il termine appropriato: la grazia e l'eleganza del balletto classico sposano alla perfezione la tecnica, la fisicità e la leggerezza della danza su ghiaccio, in un mix esclusivo e dall'impatto visivo ed emozionale garantito. Roba da sorridere meravigliati da quando si alza il sipario fino alla scena finale.
Teatro gremito in ogni ordine di posti, pubblico dai 2 ai 99 anni, in autentico visibilio ed entusiasmo; anche le mie figlie, una di due anni e mezzo, l'altra di cinque e mezzo, non hanno staccato gli occhi dal palcoscenico per un attimo.
Gran parte del merito va sicuramente all'immortale partitura di Ciajkovskij, qui rivisitata e riveduta negli arrangiamenti, resi moderni e qui e là addirittura rockeggianti; ma anche l'impianto scenografico, delle semplici quinte dipinte con paesaggi invernali e fiabeschi - ora la silouette di un castello, ora le sponde del lago, ora un bosco innevato - fa degnamente la sua parte, impreziosito dal preciso disegno luci e da effetti nebbia sempre suggestivi. E l'apparizione delle ballerine-cigno, tra nebbie e penombre, con il tema musicale universalmente conosciuto, lascia esterefatti per l'incanto e la meraviglia. Costumi fastosi, ricchissimi.
Ovviamente le evoluzioni sui pattini dei performer danzatori, ex pattinatori che sotto la guida, tra gli altri, di Evgenj Platov - due volte medaglia d'oro per la danza su ghiaccio - danno vita ai personaggi della fiaba, completano ed esaltano lo show con espressività e stupefacente facilità.
Applausi scroscianti ed entusiastici per tutta la compagnia.
21 dicembre 2012
03 novembre 2012
Non stupitevi di questo silenzio
E' normale quando la giornata non è più lunga di 24 ore ed il sottoscritto, oltre a gestire un lavoro oltremodo impegnativo che mi porta in tutta Italia - isole comprese - e la famiglia, deve fare i conti con la webzine di Amici del Musical (d'altronde l'ho ideata e creata io) e la newsletter per il sito. Frullateci dentro facebook, che divora il poco tempo rimanente, e qualche tentativo di restare aggiornato con tutto il resto, e ahimé questo mio caro blog ne fa le spese. Prometto di rivedere il tutto e rimetterci mano al più presto.
25 giugno 2012
Il nuovo numero della webzine!
E' online
il nuovo numero della webzine di Amici del Musical, già apprezzata e
attesa da tanti appassionati e addetti ai lavori.
In particolare, vi ricordo alcuni servizi in esclusiva:
Una giornata con Sir Cameron: il racconto di un sabato davvero speciale
Matilda: da Londra il musical più sorprendente
Jekyll & Hyde: da Londra il sempre attuale capolavoro
di Wildhorn
Jesus Christ Superstar: il classico di Webber & Rice, da Vienna che più rock non si può
Avenue Q: i pupazzi più pazzi del web stregano Monaco
Tommy: da Francoforte un allestimento efficace dell'opera rock degli Who
...e poi Christian
Ginepro, Salvatore Giuliano, Les Miserables, Fantasmi a Roma, Sweeney
Todd, Cats, West Side Story, The Bodyguard, Joseph, Musical On Air...
leggete, scaricate, sfogliate, condividete... ora anche su ipad!
27 aprile 2012
Elisabeth, la vita è tua
Elisabeth è tornata, e vorremmo che non se ne andasse mai. Quando Annemieke Van Dam, emozionatissima, intona le prime parole di Ich gehoer nur mir, il brano più famoso dello spettacolo, in italiano (La vita è mia), tutto il teatro trattiene il fiato: l'emozione è palpabile, i tormenti, la bramosia, la voglia di vivere di Elisabeth prendono corpo e voce sul palco triestino come non mai. Solo due strofe, poi la ripresa è in tedesco, ma basta per fermare lo show per un paio di minuti, tanti e straripanti sono gli applausi del numerosissimo pubblico accorso alla prima nazionale di questo musical dei record. Lucheni aspetta compiaciuto e divertito i cenni del direttore d'orchestra, - che per due volte alza e riabbassa la bacchetta, sopraffatto dall'entusiasmo degli spettatori - prima di continuare.
Sta tutta qui la potenza di Elisabeth, di questo show nato vent'anni fa nella capitale austriaca per celebrare in modo non convenzionale la vita dell'imperatrice e moglie di Francesco Giuseppe: un punto di vista inedito, quello dell'anarchico Lucheni, appunto, che ne racconta l'ascesa e gli scontri quotidiani con la vita di corte, con la suocera Sofia, con il protocollo, con tutto ciò che imprigionava la sua incontenibile voglia di libertà, di infinito, di sapere. E con questo suo personale rapporto con la Morte, qui nei panni di un bellissimo uomo, un po' principe delle tenebre, un po' angelo consolatore, che con freddo distacco l'attenderà fino al fatale appuntamento sul lago a Ginevra.
Elisabeth è uno di quei musical che non ti stanchi mai di vedere e riascoltare. Anche se l'allestimento visto ieri sera al Politeama Rossetti è quello pensato per il tour tedesco del ventennale, quindi senza le vertiginose pedane inclinabili e rotanti del Theater An der Wien (la "casa" originale dello show a Vienna), la magia della sapiente miscela musicale tra pop, classico e rock sgorgata dalla penna di Silvester Levay riesce ogni volta ad affascinare e stupire con i suoi leit motiv che si rincorrono da una scena all'altra, suggerendo emozioni, stati d'animo e regalando al pubblico travolgenti show-stopper (uno per tutti il potente Milch: secondo me dura anche troppo poco).
La scenografia, aiutata da grandi videoproiezioni, sottolinea con efficacia ambienti e situazioni; su tutto incombe sempre la grande lama di coltello che sale e scende, passerella di contatto tra mondo dei vivi e mondo dei morti; e se a Vienna ad un certo punto scendeva sul palco un'enorme scacchiera o una rutilante giostra-vetrina con le prostitute del bordello di Frau Wolf, in questo allestimento non si rinuncia comunque ai tavolini da caffè rotanti e alla spassosa scena con i cortigiani a cavallo comandati da Sofia.
I performer, dicevamo. Lo confesso, nelle orecchie e negli occhi le due Elisabeth storiche Maya Hakvoort e Pia Douwes, partivo molto prevenuto nei riguardi di Annemieke Van Dam, nonostante i suoi ormai cinque anni nei panni della principessa. Mi sono ricreduto: dall'esuberanza e freschezza giovanile, alla presa di coscienza del suo destino imprigionato, alla decadenza anche fisica, Annemieke si è impadronita del difficilissimo personaggio e lo ha fatto suo, donandole voce e potenza espressiva considerevoli (ma la regalità di Maya era tutt'altra cosa, va detto).
Mark Seibert, con la sua cascata di riccioli d'oro e di muscoli, fa subito colpo sul pubblico femminile in sala (uno per tutte, il commento della mia attempata vicina di posto: "Bravo e bel. Proprio bravo e bel."); ma nei panni di Der Tod ci si poteva aspettare qualcosa in più; lontano dal carisma magnetico di Thomas Borchert (visto nelle repliche al Castello di Miramare nel 2004) e dall'irrefrenabile inquietudine virile di un Maté Kamaras, Seibert si limita ad un'algida compostezza.
Come al solito, il Franz Joseph di Christian Muller non si discosta molto dal cliché di imperatore-burattino nelle mani della madre e di una burocrazia opprimente, mentre Oliver Arno è davvero convincente nei panni di Rudolf adulto. Kurosch Abbasi, ottimo Lucheni, sempre in bilico tra ironia e follia, tiene le fila dello show tra un'imprecazione e l'altra, chissà perché pronunciate benissimo in italiano. Rudolf bambino, invece, con un'azzeccata trovata del Rossetti, è interpretato a ruota da cinque bambini triestini reclutati con un vero casting locale: ieri era il turno di Gabriele Pacini, ed una delle tante emozioni della serata è stata anche il brano Mamma mi senti?, nella bella traduzione di Franco Travaglio (curatore assieme a Valeria Rosso dei sopratitoli in italiano, entrambi presenti alla serata), che Rudolf canta in duetto con Der Tod.
Musical impegnativo, intriso di decadenza e morte, distante anni luce dall'immagine stereotipata della Sissi cinematografica che tutti conosciamo, forse più vicino a un grandioso melodramma romantico, perfetto nei fastosi costumi imperiali e nel tratteggiare un impero morente.
Elisabeth rimane a Trieste fino al 6 maggio. Dal 5 settembre tornerà, dopo otto anni, a Vienna, al Raimund Theater.
info: www.ilrossetti.it
Leggi l'anteprima di Elisabeth sulla webzine di Amici del Musical!
Sta tutta qui la potenza di Elisabeth, di questo show nato vent'anni fa nella capitale austriaca per celebrare in modo non convenzionale la vita dell'imperatrice e moglie di Francesco Giuseppe: un punto di vista inedito, quello dell'anarchico Lucheni, appunto, che ne racconta l'ascesa e gli scontri quotidiani con la vita di corte, con la suocera Sofia, con il protocollo, con tutto ciò che imprigionava la sua incontenibile voglia di libertà, di infinito, di sapere. E con questo suo personale rapporto con la Morte, qui nei panni di un bellissimo uomo, un po' principe delle tenebre, un po' angelo consolatore, che con freddo distacco l'attenderà fino al fatale appuntamento sul lago a Ginevra.
Elisabeth è uno di quei musical che non ti stanchi mai di vedere e riascoltare. Anche se l'allestimento visto ieri sera al Politeama Rossetti è quello pensato per il tour tedesco del ventennale, quindi senza le vertiginose pedane inclinabili e rotanti del Theater An der Wien (la "casa" originale dello show a Vienna), la magia della sapiente miscela musicale tra pop, classico e rock sgorgata dalla penna di Silvester Levay riesce ogni volta ad affascinare e stupire con i suoi leit motiv che si rincorrono da una scena all'altra, suggerendo emozioni, stati d'animo e regalando al pubblico travolgenti show-stopper (uno per tutti il potente Milch: secondo me dura anche troppo poco).
La scenografia, aiutata da grandi videoproiezioni, sottolinea con efficacia ambienti e situazioni; su tutto incombe sempre la grande lama di coltello che sale e scende, passerella di contatto tra mondo dei vivi e mondo dei morti; e se a Vienna ad un certo punto scendeva sul palco un'enorme scacchiera o una rutilante giostra-vetrina con le prostitute del bordello di Frau Wolf, in questo allestimento non si rinuncia comunque ai tavolini da caffè rotanti e alla spassosa scena con i cortigiani a cavallo comandati da Sofia.
I performer, dicevamo. Lo confesso, nelle orecchie e negli occhi le due Elisabeth storiche Maya Hakvoort e Pia Douwes, partivo molto prevenuto nei riguardi di Annemieke Van Dam, nonostante i suoi ormai cinque anni nei panni della principessa. Mi sono ricreduto: dall'esuberanza e freschezza giovanile, alla presa di coscienza del suo destino imprigionato, alla decadenza anche fisica, Annemieke si è impadronita del difficilissimo personaggio e lo ha fatto suo, donandole voce e potenza espressiva considerevoli (ma la regalità di Maya era tutt'altra cosa, va detto).
Mark Seibert, con la sua cascata di riccioli d'oro e di muscoli, fa subito colpo sul pubblico femminile in sala (uno per tutte, il commento della mia attempata vicina di posto: "Bravo e bel. Proprio bravo e bel."); ma nei panni di Der Tod ci si poteva aspettare qualcosa in più; lontano dal carisma magnetico di Thomas Borchert (visto nelle repliche al Castello di Miramare nel 2004) e dall'irrefrenabile inquietudine virile di un Maté Kamaras, Seibert si limita ad un'algida compostezza.
Come al solito, il Franz Joseph di Christian Muller non si discosta molto dal cliché di imperatore-burattino nelle mani della madre e di una burocrazia opprimente, mentre Oliver Arno è davvero convincente nei panni di Rudolf adulto. Kurosch Abbasi, ottimo Lucheni, sempre in bilico tra ironia e follia, tiene le fila dello show tra un'imprecazione e l'altra, chissà perché pronunciate benissimo in italiano. Rudolf bambino, invece, con un'azzeccata trovata del Rossetti, è interpretato a ruota da cinque bambini triestini reclutati con un vero casting locale: ieri era il turno di Gabriele Pacini, ed una delle tante emozioni della serata è stata anche il brano Mamma mi senti?, nella bella traduzione di Franco Travaglio (curatore assieme a Valeria Rosso dei sopratitoli in italiano, entrambi presenti alla serata), che Rudolf canta in duetto con Der Tod.
Musical impegnativo, intriso di decadenza e morte, distante anni luce dall'immagine stereotipata della Sissi cinematografica che tutti conosciamo, forse più vicino a un grandioso melodramma romantico, perfetto nei fastosi costumi imperiali e nel tratteggiare un impero morente.
Elisabeth rimane a Trieste fino al 6 maggio. Dal 5 settembre tornerà, dopo otto anni, a Vienna, al Raimund Theater.
info: www.ilrossetti.it
Leggi l'anteprima di Elisabeth sulla webzine di Amici del Musical!
12 aprile 2012
Elisabeth in arrivo, Trieste si prepara
Trieste si sta preparando al ritorno di Elisabeth con una accoglienza degna di una imperatrice: il Politeama Rossetti ha preparato una serie di iniziative collaterali attorno al musical di Kunze e Levay che coinvolgeranno tutta la città di Trieste, dal 26 aprile - giorno dell'attesissima prima in esclusiva nazionale - al 6 maggio.
L'imponente allestimento in arrivo dalla Germania, dove si sta per concludere il lungo tour per il ventennale dal debutto di questo spettacolo eccezionale, sarà coronato da ottanta esercizi commerciali che addobberanno le loro vetrine con il materiale promozionale dello spettacolo, inserendolo ognuno con la propria specificità in una speciale atmosfera "asburgica"; atmosfera che si respirerà anche nel foyer, nelle sale e nei corridoi del teatro triestino, che accoglierano nella mostra I ricordi dell'Impero estemporanea oggetti, memorabilia, ricordi, foto e stampe d'epoca che i cittadini vorranno esporre per ricordare il non troppo lontano dominio austriaco. Di questo infatti parla Kitsch!, uno dei numeri musicali di punta dello show, dove si ricorda che Sissi è stata un'antesignana del merchandising moderno, con la sua effige apposta su ogni sorta di souvenir.
E' tuttora in corso l'appassionante casting per la scelta dell'interprete "locale" del piccolo Rudolf: alla chiamata del Rossetti hanno risposto molti bambini, ne sono stati scelti cinque che hanno già cominciato a studiare la parte (Rudolf canta la struggente ballata Mama wo bist du? e interagisce con il cast in diversi momenti dello spettacolo); il direttore musicale tedesco ne sceglierà tre che si alterneranno nel ruolo.
L'imponente allestimento in arrivo dalla Germania, dove si sta per concludere il lungo tour per il ventennale dal debutto di questo spettacolo eccezionale, sarà coronato da ottanta esercizi commerciali che addobberanno le loro vetrine con il materiale promozionale dello spettacolo, inserendolo ognuno con la propria specificità in una speciale atmosfera "asburgica"; atmosfera che si respirerà anche nel foyer, nelle sale e nei corridoi del teatro triestino, che accoglierano nella mostra I ricordi dell'Impero estemporanea oggetti, memorabilia, ricordi, foto e stampe d'epoca che i cittadini vorranno esporre per ricordare il non troppo lontano dominio austriaco. Di questo infatti parla Kitsch!, uno dei numeri musicali di punta dello show, dove si ricorda che Sissi è stata un'antesignana del merchandising moderno, con la sua effige apposta su ogni sorta di souvenir.
E' tuttora in corso l'appassionante casting per la scelta dell'interprete "locale" del piccolo Rudolf: alla chiamata del Rossetti hanno risposto molti bambini, ne sono stati scelti cinque che hanno già cominciato a studiare la parte (Rudolf canta la struggente ballata Mama wo bist du? e interagisce con il cast in diversi momenti dello spettacolo); il direttore musicale tedesco ne sceglierà tre che si alterneranno nel ruolo.
Sempre ai bambini è dedicato il concorso Disegna una principessa: i migliori lavori ispirati a Elisabeth saranno esposti in teatro e i dieci più belli riceveranno in omaggio biglietti gratuiti per lo spettacolo.
Non mancano i momenti culturali: il primo sarà un incontro il 27 aprile alle 17.30 con Franco Travaglio, traduttore dei sopratitoli che saranno proiettati in sala (e traduttore/adattatore fra gli altri de La Bella e la Bestia, Cats, Sister Act, Il Fantasma dell'Opera) assieme a Valeria Rosso, laureatasi in lingue all'Università di Torino proprio con una tesi sulla traduzione di Elisabeth, sui musical in Austria e Germania e sui problemi della traduzione; il 3 maggio sarà presentato il libro Il mio passato di Maria Larisch, nipote della Principessa Sissi e sin da piccola sua pupilla.Si sta per aprire il sipario dunque sulla più grande produzione mai ospitata dallo Stabile Regionale: 13 tir, un cast artistico e tecnico di 120 persone, videoproiezioni, una scenografia mobile e sopraelevata di grande effetto che replicherà l'allestimento "storico" rimasto in scena a Vienna, in due riprese, per dieci anni. Un musical che siamo sicuri farà sognare, emozionare e scoprire da un inedito punto di vista la vita e la storia di Elisabetta d'Austria.
> info
> l'apparizione di Elisabeth alla fine del primo atto
29 marzo 2012
09 marzo 2012
Il musical che verrà
Ohilà, non sono sparito...Noto con piacere che questo blog è sempre seguito, anche se il sottoscritto latita a teatro. Conto di rifarmi nei prossimi mesi: al Rossetti mi aspettano lo Schiaccianoci versione Matthew Bourne, l'unica tappa italiana del tour giubilare di Elisabeth e l'arrivo di Joseph & The Amazing Technicolor Dreamcoat.
Stay tuned!
Stay tuned!
20 dicembre 2011
Buon Natale con Amici del Musical
E allora, è di nuovo Natale. Quest'anno ve lo auguro regalandovi il nuovo numero della webzine di Amici del Musical, un numero straordinariamente ricco di recensioni e notizie da tutto il mondo:
Vi dò appuntamento i primi di gennaio con l'auspicabile recensione di Christmas StarTS da Trieste.
Possiate passare un Natale sereno e un 2012 ricco di soddisfazioni!
Vi dò appuntamento i primi di gennaio con l'auspicabile recensione di Christmas StarTS da Trieste.
Possiate passare un Natale sereno e un 2012 ricco di soddisfazioni!
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